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AdessoLaStoria


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riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

APPELLO
PER LA SOLIDARIETÀ E L’ACCOGLIENZA

 

Migliaia di persone sono giunte, solo negli ultimi mesi, sulle coste di questo Paese, sospinte da un’esigenza umanamente insopprimibile di salvare e migliorare la propria vita.
L’accelerazione di queste emigrazioni viene dal vento di libertà e dignità di cui sono protagoniste le genti di tanti Paesi arabi e non solo, ma viene anche dall’urgenza di sottrarsi ad una stretta mortale di guerra e invasione militare – come è il caso della Libia – o a conflitti annosi e a carestie devastanti.
Le persone, pur rischiando la vita – come sappiamo sono numerosissime le tragedie nei mari e le morti nei deserti – con speranza si mettono in viaggio e si imbarcano. 
In migliaia, una volta approdate, vengono ‘smistate’ in centri, vere e proprie prigioni, o sparpagliate sul territorio, in piccole località da cui è loro vietato spostarsi, pena l’espulsione. Non sanno nulla di ciò che le attende e in molti casi vivono in condizioni d’emergenza. In centinaia sono stati addirittura deportati da Lampedusa su navi in attesa di espulsione.
Da una di queste realtà, di persone sbarcate di fortuna e deportate in una piccola località della Toscana, e che insieme ad altre persone solidali e di buona volontà stanno costruendo accoglienza, viene un appello forte ad unirsi

PER ACCOGLIERE TUTTI E SVILUPPARE LA SOLIDARIETÀ

PER OTTENERE L’IMMEDIATO RILASCIO DI UN PERMESSO DI SOGGIORNO UMANITARIO PER TUTTI, SENZA NESSUNA CONDIZIONE

 

lì, 26 settembre 2011

Assemblea permanente della solidarietà e dell’accoglienza (Consuma-Pontassieve)

 

Ci rivolgiamo a tutte le associazioni, organizzazioni, gruppi solidali, antirazzisti, pacifisti, a personalità e gruppi del mondo della cultura e dell’arte, ai numerosi volontari e alle persone di diverse fedi religiose, ai sindacati e alle organizzazioni del mondo del lavoro e a tutti coloro che lo vorranno perché aderiscano e facciano proprio questo appello sviluppando ovunque iniziativa di sensibilizzazione e unione.


Per adesioni e informazioni: tel. 338.2189733, csapelago@gmail.com
 

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Incidente alla centrale nucleare di Marcoule (Francia)

Il nucleare è una minaccia per la vita

Ieri pomeriggio è ritornato prepotentemente a farsi sentire l’incubo nucleare. In Francia, nella centrale di Marcoule (nella zona di Avignone), si è verificata un’esplosione dove è rimasto ucciso un lavoratore e altri 4 sono rimasti feriti. L’esplosione non ha riguardato un reattore nucleare (come è successo a Fukushima) ma un forno di fusione per il trattamento delle scorie, all’esplosione è seguito un incendio nell’area di stoccaggio. Le autorità si sono affrettate a chiudere l’incidente in poche ore e rassicurare sull’assenza di fuoriuscita radioattiva. È vero che la tipologia dell’incidente non ha analogie con quelli molto più gravi che coinvolgono reattori in funzione per la produzione di energia elettrica, ma quando parliamo di nucleare i danni sono sempre difficilmente quantificabili e prevedibili. Le menzogne hanno invariabilmente coperto le reali conseguenze di tutti gli incidenti nucleari, anche in questo caso la reticenza degli organismi di sicurezza è stata palese. Ci vorranno almeno 48 ore per assicurarsi che effettivamente i livelli di radioattività non siano saliti nelle vicinanze della centrale. Sembra che l’impianto di Marcoule presentasse lacune nella sicurezza, ed in particolare per il forno dove si è verificata l’esplosione. Già è cominciata la solita tiritera dell’errore umano e delle inadempienze dei gestori dell’impianto, come se fossero possibili procedure perfette esenti da errori. Si continua a voler negare la sostanza: dietro l’energia nucleare si cela una potenzialità di morte spaventosa. Non dimentichiamoci che le scorie e il loro trattamento sono legate a doppio filo con la produzione militare delle cosiddette armi nucleari a bassa intensità. Le scorie nucleari, mentre sono un’ipoteca millenaria sul nostro futuro e un fattuale pericolo radioattivo, sono anche una fonte di ricchezza appetibile per i signori della morte. Solo la scelleratezza, l’avidità insaziabile, un potere fondato sull’uccidere giustificano l’uso di una fonte energetica così nociva. 

Questo incidente ci riporta all’importanza di una sfida per la vivibilità che va continuata con determinazione. Lo scorso giugno, grazie alla mobilitazioni di associazioni e di tanta gente comune, è stato vinto il referendum per vietare la costruzione di centrali in Italia, un passo decisivo ma che non esaurisce la lotta per l’abolizione totale del nucleare civile e militare. L’energia atomica è una minaccia che incombe su tutti noi e sull’intero pianeta. Per cominciare a sottrarcene ribadiamo: Fermiamo il nucleare, scegliamo la vita!

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grave tragedia in Kenia

energie di morte del sistema

Tragedie diverse tra loro si sono succedute nell’arco di poche ore in diversi paesi, evidenziando la facilità con cui la vita umana è costantemente a rischio e spesso sacrificata a causa di una logica di uccidibilità, tratto distintivo dei poteri oppressivi. Dall’esplosione in una fabbrica di petardi nei pressi di Frosinone che ha causato 6 vittime fino all’incidente nucleare di Marcoule, nel sud della Francia (in cui è morto un operaio ed altri quattro sono feriti, uno in gravi condizioni) ad ulteriore conferma del portato di morte che il nucleare rappresenta.
Ma la notizia più grave, che è costata la vita ad oltre un centinaio di persone, viene dal Kenia. Un oleodotto che attraversa una baraccopoli alla periferia di Nairobi è esploso provocando un incendio devastante. La vicenda, secondo le ciniche regole della disinformazione sistemica, ha avuto un rilievo minimo, nell’intento di nascondere a noi tutti, diretti interessati, la condizione reale in cui vive e muore la specie umana. Al contrario, sentiamo profondamente il dolore di queste perdite ma ad esso non ci rassegniamo perché non v’è nulla di fatale in tutto ciò. Incidenti di questo tipo non sono rari in Africa ed anzi in alcune aree, come il Delta del Niger, stragi di questo tipo sono assai frequenti. Le risorse di un sottosuolo ricchissimo sono estratte a beneficio di grandi multinazionali e di una ristretta e corrotta elite locale; le genti che vi abitano sono ridotte in miseria, l’ambiente naturale devastato, la sicurezza ignorata. La condizione di tanti nostri simili è così riassunta: milioni di persone vivono in baraccopoli sterminate; in mezzo alle lamiere di queste precarie abitazioni passano i tubi a cielo aperto degli oleodotti; persone private di risorse essenziali si vedono costrette a danneggiare le tubature per recuperare anche solo un secchio di combustibile per le esigenze quotidiane. Cosa c’è di fatale, di ineluttabile in tutto ciò?

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dallo sciopero generale
un primo iniziale segnale di reattività

uniamoci per affermare i bisogni vitali,
contro la bancarotta degli Stati!

Lo sciopero generale del 6 settembre ha visto una discreta adesione e partecipazione ai cortei indetti in numerose città, considerando il periodo post-estivo ed il peso di due mesi di offensiva politica e mediatica sulla crisi. Un primo segnale di reattività che non era scontato, ma che non è ancora un chiaro cambio di passo nè di protagonismo né di avanzamento coscienziale, pur confermando sintomi di malessere popolare. La Cgil, che è stata il canale della mobilitazione organizzando circa 100 manifestazioni, non ha offerto – né prima né durante – per la sua natura e la totale internità alle logiche ed alla bancarotta degli Stati, un’ipotesi capace di dare coesione e prospettiva durevoli. La partecipazione ai cortei - abbastanza differenziata-  ha visto la presenza di settori particolarmente presi di mira dal punto di vista della propria dignità come il pubblico impiego, gli statali, i lavoratori dei servizi. Numerose le lavoratrici presenti e diversi piccoli gruppi dai luoghi di lavoro hanno voluto partecipare. Insomma una partecipazione più popolare e non solo dei tradizionali settori dell’industria, ma ancora insufficientemente attiva e accompagnata da confusione e frammentazione. Significativamente c’erano pochi slogan e pochi settori consistenti organizzati, ovviamente anche per il crollo sempre più evidente della sinistra politica dominata nelle sue diverse espressioni.
Limitata invece la partecipazione di giovani (a scuole chiuse) e di fratelli e sorelle immigrati che in questa fase stanno subendo particolarmente i colpi dell’offensiva statale. Ad essi la burocrazia ha scelto di non rivolgersi. La realtà della nostra gente non può essere capita senza intervenirvi direttamente nell’offrire una proposta convinta ed essenziale di unità, solidarietà, affermazione di bisogni di vita, cioè incrementando un’alternativa di vivibilità contro la bancarotta degli Stati.
Sr, attraverso la presenza de La Comune in circa 20 manifestazioni, ha voluto offrire queste opzioni ravvivate dal soffio dirompente del protagonismo di tanta gente nel mondo, in particolare della rivoluzione araba che comincia e che ci offre esempi di coraggio, di protagonismo dall’Egitto alla Siria.
Da questo sciopero ci giunge un’esigenza verso la nostra gente di risposte umane di fondo, di una proposta di vivibilità, di un’opzione di impegno complessivo gratificante, benefico e in amicizia, proiettato al rilancio della solidarietà.
Nei prossimi giorni avremo modo di incontrarci e discuterne nelle giornate di accoglienza fra i giovani alla riapertura della scuola, nella preparazione del Coordinamento dei Csa che si svolgerà il 17 settembre prossimo e la preparazione della giornata di discussione ed incontro domenica 17 settembre a Vallombrosa incentrata attorno al progetto del protagonismo solidale.

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Autodeterminazione per il popolo libico

Via subito Gheddafi

Basta con l’intervento NATO

Sembra ormai prossima la fine del regime di Gheddafi. Tripoli è in gran parte in mano alle forze dell’opposizione, buona parte delle truppe si sono arrese senza combattere mentre si sono moltiplicate le defezioni nelle fila del regime e tanta gente è scesa in piazza a festeggiare. Sono possibili colpi di coda sanguinosi ma la caduta del raìs sembrerebbe inevitabile. È la fine di un regime tremendamente oppressivo nei confronti della popolazione libica, responsabile di numerose stragi di oppositori, impastato di terrore e tortura e al tempo stesso, al di là di momenti di retorica antiimperialista e di frizioni del passato, saldamente alleato con il sistema democratico e con lo Stato italiano in particolare. Lo si è visto in decenni di affari miliardari che hanno coinvolto diversi governi italiani e tanta parte dei gruppi imprenditoriali nostrani così come negli accordi contro l’immigrazione. La polizia di Gheddafi, con le persecuzioni, le violenze e gli stupri, ha fatto lo “sporco lavoro” contro le donne e gli uomini provenienti dall’Africa nera che il governo Berlusconi (e prima quello Prodi) le ha appaltato.
Cade un dittatore sanguinario ma la popolazione libica ha di fronte a sé pericoli molto grandi e prospettive complicate.
L’inizio dell’ondata rivoluzionaria con la caduta di Ben Alì inTunisia e di Mubarak in Egitto aveva dato fiducia a un parte del popolo libico che a febbraio ha cominciato una rivolta. Questa iniziale autoattività popolare conteneva una speranza di liberazione ma è stata prima pesantemente condizionata e poi soffocata dal convergere di diverse forze oppressive. La repressione del regime è stata da subito spietata e assassina ma altri esempi, come quello di Piazza Tahrir in Egitto o come quello attuale della rivoluzione siriana, ci dicono che la spirale della guerra civile non era inevitabile. La ribellione militare di settori dell’esercito, soprattutto in Cirenaica, e il passaggio di uomini del regime dalla parte dei ribelli hanno indebolito il potere di Gheddafi ma hanno anche favorito che s’imponesse il terreno bellico, per sua natura propizio agli oppressori e nefasto per i popoli. Su questo ha fatto leva l’intervento armato delle potenze occidentali. Il suo senso è stato quello di cercare di riaffermare il proprio dominio verso milioni di donne e uomini che hanno appena dato il via a un’ondata rivoluzionaria straordinaria per diffusione e simultaneità. Stanno cercando di puntellare assetti oppressivi, di cui i Mubarak e i Gheddafi erano tasselli importanti e che sono squassati dall’insorgere per la dignità e la libertà di una parte significativa dell’umanità che vive nel Nord Africa e nel Medio Oriente.
Sono intervenuti per ricacciare indietro quel processo di autodeterminazione che ha preso le mosse da diversi mesi e che ha iniziato a cambiare la situazione planetaria. Hanno iniziato una strana guerra (fatta pure di pause, di trattative e patteggiamenti segreti) contro il loro ex-alleato anche perché questo non era più in grado di “mantenere l’ordine”. Sostengono il Consiglio Nazionale di Transizione di Benghasi, diretto da ex-uomini di Gheddafi che si sono riciclati con l’opposizione, perché ha dato garanzie di assumersi i compiti che prima erano del raìs nell’oppressione dei popoli, nella caccia agli immigrati, nello sfruttamento delle risorse energetiche.
La libertà, la pace, il miglioramento delle condizioni di vita per chi vive in Libia possono affermarsi se riprende un percorso di autodeterminazione autentica, dal basso, che ha di fronte come nemici non solo i residui del regime di Gheddafi, ma anche le potenze occidentali che, assieme ai leader di Benghasi, vogliono avere il controllo della situazione. Il ritiro immediato delle truppe Nato è una condizione elementare per l’autodeterminazione della popolazione libica. Bisogna ridare forza e voce alla solidarietà con chi lotta per la libertà così come all’accoglienza per chi fugge dalla guerra e dalla miseria. È importante per chi spera in un cambiamento positivo a Tripoli, ancor di più per chi sta dando vita a una rivoluzione coraggiosa in Siria. È fondamentale qua per alimentare un’alternativa benefica fuori dagli inganni della politica.
 

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