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AdessoLaStoria


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grandi mobilitazioni a Il Cairo ma:

la politica divide, anche in Egitto

Questa settimana l’Egitto è stato scosso da vicende che hanno riportato alla memoria alcuni momenti della rivoluzione. Le mobilitazioni contro il decreto presidenziale e contro l’imminente referendum da lui voluto per varare la nuova costituzione hanno spinto ampi settori di società a mobilitarsi, ma anche a dividersi e a scontrarsi. Perciò sono morte sette persone e altre centinaia sono rimaste ferite. L’atteso discorso di Morsi giovedì non ha portato novità significative e sono continuati i presidi di fronte alla sua residenza, mentre nelle ultime ore filtrano voci di un possibile rinvio, condizionato, della data del referendum.

La situazione rimane confusa e in evoluzione. Al tempo stesso quanto successo questa settimana sollecita alcune considerazioni.

Nei cortei e nel presidio davanti ad Heliopolis oltre alle avanguardie di piazza Tahrir, che hanno continuato ad essere mobilitate, partecipano praticamente tutti i settori sociali coinvolti nella rivoluzione, e in mezzo ai tanti giovani, alle numerose donne, velate e non, si notavano anche settori islamisti probabilmente anche membri dell’organizzazione dei Fratelli musulmani. Si tratta dell’espressione più significativa dell’erroneità e della strumentalità di chi spaccia quanto in atto come scontro tra democrazia ed islamismo. Ancora prima e più della bozza di Costituzione a provocare le reazioni è stato il decreto con cui Morsi si è attribuito poteri esorbitanti, evocativi dei tempi della dittatura, in un paese cambiato dalla rivoluzione, le cui popolazioni si erano mobilitate ed unite per la dignità e la libertà e non si lasciano più trattare da sudditi timorosi e passivi. Morsi ha cercato di sfruttare il “successo” nella mediazione tra Israele e Hamas ma non ha considerato abbastanza questo fattore. Ed insieme a lui la Casa Bianca ora in imbarazzo, che lo sostiene per necessità e che dimostra ancora una volta l’incapacità a comprendere la realtà umana di quest’area e non solo.

Al tempo stesso è significativo che le mobilitazioni siano principalmente ispirate da questioni istituzionali. Non a caso personalità come al-Baradai o Amr Moussa e formazioni politiche vi trovano uno spazio ed una parvenza di spessore che non avevano mai avuto né durante né dopo Piazza Tahrir.

Più profondamente, il peso esorbitante delle questioni istituzionali, il vicolo cieco che da questo punto di vista spiega lo scontro tra i poteri e le stesse difficoltà dei Fratelli musulmani - la formazione che ha il maggiore radicamento sociale, le cui divisioni interne si trasformano in crepe provocando le dimissioni di consiglieri di Morsi e di esponenti dell’organizzazione – sono la dimostrazione che non esistono risposte politiche ed istituzionali alle esigenze ed aspirazioni al miglioramento della vita che animano milioni di Egiziani, contrariamente a quanto loro stessi speravano ed in qualche modo continuano a sperare. Emblematicamente le mobilitazioni questa volta si concentrano di fronte al Palazzo presidenziale e non a piazza Tahrir, dove prima si era costituita una vera e propria agorà rivoluzionaria della gente comune. I militanti dei Fratelli musulmani, coinvolti insieme ad altri nel servizio d’ordine a difesa di questa ora si schierano, allenati ed armati, a difesa del Palazzo dove alloggia un esponente della loro parte. Per la prima volta si registrano numerosi morti e centinaia di feriti non a causa della repressione da parte dell’esercito ma di scontri tra settori sociali, tra pro e anti Morsi. Anche in Egitto la politica non riesce a dare risposte positive e benefiche ai bisogni e alle aspirazioni profonde della gente, mentre la divide inevitabilmente, approfondisce le divisioni esistenti e crea nuove lacerazioni. Sono alcuni degli aspetti più preoccupanti e problematici in mezzo alle incertezze che oggi attraversano l’Egitto, verso i quali piazza Tahrir aveva abbozzato preziosi elementi di risposta da riscoprire e coltivare.

 

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Ilva

Con la popolazione tarantina
Per la vita e la salute contro i padroni dell’Ilva e la corruzione statale

Il Gip di Taranto ha disposto sette arresti dei dirigenti dell’Ilva con l’accusa di associazione a delinquere e corruzione. È ampiamente provato che i Riva, padroni dell'Ilva, hanno causato un disastro ambientale provocando la morte e la malattia di tante perone a cominciare da quelle che lavorano e hanno lavorato nello stabilimento. Con grande cinismo – nelle intercettazioni telefoniche pubblicate – Riva commenta i danni che la sua azienda procura sostenendo che “uno o due tumori in più all’anno sono una ‘minchiata’”. Da ciò che emerge dalle ordinanze dei giudici risulta chiara la corruzione che ha investito a diversi livelli le istituzioni statali, la Regione e addirittura autorità ecclesiastiche per tacere sul gravissimo attentato alla salute.
Le conseguenti misure padronali dopo questa ordinanza non si sono fatte attendere: sono contro gli operai che ora rischiano il licenziamento e sono sottoposti ad un odioso ricatto tra lavoro o salute. Siamo al fianco delle persone che lavorano e della popolazione tarantina. È da loro, dal loro protagonismo se ci si unisce in chiave solidale che può emergere una soluzione umana al dramma che sta vivendo Taranto. C'è bisogno che le energie e le competenze migliori che ci sono in questa città si uniscano per ridefinire sulla base di criteri e valori di difesa della vivibilità e della salute un piano di disinquinamento e di sviluppo che possa coniugare e garantire la salute e creando lavoro. In ogni caso la popolazione tarantina deve essere risarcita degli enormi danni subiti a cominciare dal fatto che Stato e padroni devono garantire lo stipendio a tutti gli operai.

Segreteria attività solidali di Socialismo rivoluzionario

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A proposito delle manifestazioni di Palermo di venerdì 16 novembre

Venerdì 16 novembre si sono svolte manifestazioni studentesche contro i tagli alla scuola previsti dal governo Monti. A Palermo si sono svolti due cortei, di cui uno si è concluso con scontri con la polizia, secondo un copione analogo a quanto avvenuto in altre città nelle mobilitazioni di mercoledì. Mentre denunciamo la repressione poliziesca e difendiamo il diritto dei giovani di manifestare per una scuola migliore e contro gli attacchi governativi, proprio per questo condanniamo fermamente la logica violentista e reazionaria che si è espressa in particolare nel corteo che si è concluso davanti al palazzo della Regione, ed è stata riecheggiata da una parte degli studenti presenti. Tali settori, che cercano volutamente lo scontro con la polizia, ripropongono una logica machista e bellica totalmente distruttiva analoga a quella delle forze di polizia statali, alimentano le divisioni e impediscono il protagonismo positivo e solidale dei giovani di cui invece c’è enorme bisogno per riconcepire una scuola diversa basata su valori positivi, aperta a tutti e più vivibile.

Socialismo rivoluzionario – Palermo

 

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Fermiamo l’escalation bellica di Israele!

Solidarietà al popolo palestinese
ed alla rivoluzione siriana!

Israele sta scatenando una nuova guerra contro il popolo palestinese con centinaia di raid aerei e bombardamenti, causando già decine di vittime fra cui donne e bambini. Lo Stato sionista si proclama vittima di aggressione e con i suoi sostenitori rivendica il diritto di autodifesa. Però, dalla sua nascita, è lo Stato sionista di Israele l’aggressore, con guerre continue ed una pulizia etnica brutale contro il popolo palestinese. Anche in questo caso ha perpetrato un omicidio mirato di un leader di Hamas con l’intento di innescare l’escalation militare. È un’aggressione che segue l’elezione di Obama che – se allontana almeno temporaneamente il rischio di una guerra di Israele all’Iran – dà il semaforo verde ad una nuova carneficina in Palestina. D’altra parte il leader israeliano Netanyahu si appresta ad utilizzare questa guerra per vincere le elezioni di gennaio. Guerra ed elezioni democratiche si intrecciano e si alimentano a vicenda.
La logica bellica di Israele è rivolta direttamente contro i palestinesi ma indirettamente contro le rivoluzioni arabe che hanno cambiato il volto di tutta la regione. Hanno espresso un protagonismo diffuso e coraggioso della gente comune, hanno affermato una volontà di pacificazione che unisce popoli e fedi diverse, lottando contro rais corrotti e criminali. Israele, da sempre alleato di odiose dinastie arabe come quella di Mubarak, non può tollerare la libertà ed il coraggio dei popoli arabi nell’autodeterminare i propri destini.
L’escalation bellica di Israele minaccia un nuovo sterminio come quattro anni fa con l’operazione “piombo fuso” ma rischia anche di aggravare la tenaglia che si stringe in particolare contro la rivoluzione siriana, già isolata a causa delle complicità delle grandi potenze democratiche e di tanti regimi arabi reazionari.
Alle rivoluzioni della gente comune per la vivibilità si contrappone la logica bellica degli Stati: da Israele fino al regime assassino di Bashar al Assad.
La solidarietà attiva di tutti noi può contribuire a fermare l’escalation militare di Israele, a difendere il popolo palestinese, a sostenere la rivoluzione siriana contro Assad.

In ogni città e ovunque possibile, diamo vita a momenti unitari di iniziativa, solidarietà e sensibilizzazione.

16 novembre 2012 ore18.00

                                                

Info: 055 2302015 - 06 4463456
socialismorivoluzionario@yahoo.it  

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no alla nuova guerra di Israele contro Gaza

solidarietà con il popolo palestinese

Con i raid degli aerei israeliani su Gaza, la guerra si ripropone come fattualità agente e come minaccia permanente dei poteri oppressivi nell’intento di ricacciare indietro la rivoluzione della gente comune, straordinaria novità planetaria degli ultimi due anni e motivo di speranza di miglioramento per centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. La violenza statale concentrata nella guerra – di Israele contro i palestinesi a Gaza come di Assad contro la popolazione in Siria – è una morsa terribile che colpisce le persone ostacolandone e condizionandone la ricerca di miglioramento della vita.

 

lo slogan nella foto recita:
Palestina, non attendere gli Stati arabi: arriva
il popolo siriano (Homs, marzo 2012)

In questi giorni, una nuova drammatica escalation bellica si sta abbattendo sulla popolazione palestinese: l’aviazione israeliana bombarda Gaza, già si contano una quindicina di vittime (tra cui due bambini e una donna incinta). Lo stillicidio quasi quotidiano

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