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AdessoLaStoria


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Tunisia, ripresa del protagonismo popolare

si apre una nuova fase?

Venerdì 8 febbraio una folla immensa ha accompagnato per le vie di Tunisi le spoglie di Chokri Belaïd, barbaramente assassinato in pieno giorno in un agguato terroristico. L’omicidio del dirigente dell’opposizione e soprattutto la reazione che ne è seguita segnano una importante ripresa dell’iniziativa popolare in una giornata che ha visto anche la massiccia adesione allo sciopero generale indetto dalla centrale sindacale UGTT. A due anni dalla cacciata di Ben Ali e di uno fra i più corrotti regimi del nord Africa, sono molti a interrogarsi sulle strade da intraprendere per tornare protagonisti della propria ricerca di libertà e dignità, di giustizia e di pace. Finora tali aspettative, ben presto e in buona misura delegate agli sviluppi politici, sono state disattese. Cacciare il dittatore e la sua cricca non è stato sufficiente: lavoro e giustizia sociale sono un orizzonte lontano; la libertà è quotidianamente minacciata dalle violenze dei “comitati di difesa della rivoluzione” formazioni islamiche radicali che fiancheggiano en Nahda, il partito che ha ottenuto la maggioranza alle elezioni, oggi accusato di essere il mandante dell’omicidio di Belaïd.

L’attentato e la reazione indignata stanno provocando un terremoto sul piano politico. Sconfessato dal suo stesso partito (en Nahda) il primo ministro Hamadi Jebali ha dichiarato la propria intenzione di formare un nuovo governo, questa volta di tecnici, per impedire che il paese precipiti nel caos di una polarizzazione che la stampa europea definisce, semplificando, tra laici e religiosi. Ma gli avvenimenti e ciò che sottendono meritano uno sguardo diverso e più profondo: non è possibile comprendere l’ondata rivoluzionaria partita proprio da qui, scuotendo il mondo arabo con ripercussioni in tutto il mondo, attraverso le lenti della politica. Chi ha voluto vedere negli avvenimenti semplicemente una lotta per la democrazia deve spiegare come mai due anni fa milioni di persone si sono sollevate contro regimi sostenuti per decenni dalle democrazie europea e americana; deve spiegare perché oggi, in Tunisia come in Egitto, governi e parlamenti democraticamente eletti da pochi mesi sono già sfiduciati da tante persone contro le quali essi utilizzano gli apparati repressivi proprio come i loro predecessori.

Le rivoluzioni della gente comune, soprattutto nei 18 giorni di piazza Tahrir in Egitto e nei primi sedici mesi di sollevazione popolare in Siria, ci dicono di una emersione umana straordinaria, di milioni di protagonisti e, ancor più, di protagoniste che hanno cominciato a dar vita alle proprie speranze di una esistenza migliore, di una convivenza possibile nel segno della solidarietà e della pacificazione. Primi passi incerti ma estremamente significativi che contribuiscono a cambiare l’orizzonte delle speranze e delle minacce in tutto il pianeta. Uno sguardo opaco, unicamente politico, vede solo i risultati immediati e più eclatanti, la caduta di un raìs, un cambio di governo. E invece da oltre due anni siamo testimoni (e, per quanto ci riguarda, appassionati sostenitori) di uno straordinario e complicato, vitale e confuso risveglio delle coscienze di milioni di nostri simili. È legittimo ipotizzare e sperare che in queste settimane e giorni in Tunisia, pochi chilometri più a sud del paese in cui viviamo, la ripresa di mobilitazione e protagonismo popolare possa aprire una fase ulteriore e nuova di presa di coscienza sulle nuove strade da intraprendere, oltre gli inganni democratici e le scelte obbligate e sempre insoddisfacenti della politica.

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Tunisia

la controrivoluzione uccide!

L’assassinio a sangue freddo di Chokri Belaid leader del Partito dei patrioti democratici ed esponente di punta dell’opposizione al governo di ispirazione confessionale capeggiato dal partito Ennahda, è una delle manifestazioni della controrivoluzione in atto nel paese nordafricano.

La rivoluzione araba ha avuto diverse espressioni ed intensità e molteplici effetti sull’assieme dell’area, alcuni dei quali, come la rivolta militare e la guerra in Libia, non hanno a che fare con una rivoluzione. In Tunisia, dove tutto è cominciato, non vi è stato un movimento rivoluzionario sufficientemente forte ed autonomo dalla corruzione politica da impedire il riproporsi di drammatiche lacerazioni. La cacciata del dittatore Ben Alì nel dicembre 2010 per la sollevazione popolare fu favorita da un settore del potere politico e militare che cercò una transizione in cui potersi inserire. D’altra parte alcune forze partecipanti alla rivoluzione come il partito islamista Ennahda hanno approfittato del consenso elettorale ricevuto per avviare un tentativo reazionario che attacca le donne e reprime le opposizioni senza però rinunciare allo storico legame con l’Occidente, che ha significato perseguitare le persone che volevano emigrare e continuare a far peggiorare le condizioni di vita del popolo. Forte sostegno a questo modo di agire sono stati i “comitati di difesa della rivoluzione”, in parte organizzazioni di assistenza e clientela, in parte vere e proprie milizie a sostegno del governo, su ispirazione dei pasdaran iraniani. D’altra parte l’opposizione politica, prigioniera dell’ipocrisia democratica e filo-occidentale, non ha un progetto capace di dare risposte di fondo ad una già fragile rivolta popolare. Negli ultimi mesi vi sono state reazioni significative di giovani e donne contro la repressione, manifestazioni popolari contro il carovita che hanno coinvolto anche parte di chi ha votato per Ennahda.

La reazione al criminale omicidio di Belaid vede partecipate manifestazioni di piazza ed un inedito sciopero generale. Essa può contrastare gli intenti repressivi e divisionisti del governo. D’altro canto, occorre fare i conti con il carattere di tutta la politica, anche di opposizione, che alimenta lacerazioni e scontri nella società: al contrario, c’è bisogno di un programma che unisca, appacifichi, ed indichi strade per il protagonismo popolare, traendo lezioni dalle migliori espressioni delle rivoluzioni arabe.

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Mali, contro la guerra e il terrorismo

Dallo scorso 11 gennaio, la crisi che ormai da mesi ha spaccato in due il Mali è diventata una guerra internazionale per l’iniziativa della Francia che ha inviato le sue truppe nella ex colonia. La situazione già molto grave delle popolazioni civili peggiora di ora in ora. Il governo italiano, oltre ad aver espresso solidarietà all’iniziativa di Parigi – come tutti i principali paesi europei e gli USA – ha dato la propria disponibilità al sostegno logistico delle operazioni belliche.

Dietro l’argomentazione della lotta al terrorismo, è cominciata una nuova guerra neocoloniale. L’antica potenza francese, indifferente alle sorti delle popolazioni civili, intende difendere i propri interessi e il proprio ruolo nell’Africa francofona; per tale obiettivo, non esita ad aprire un nuovo fronte di guerra. Il conflitto che oppone le truppe francesi alle milizie fondamentaliste che controllano il nord del paese è una tragedia per le popolazioni del Mali. Donne, bambini, anziani, oppositori già hanno assaggiato la ferocia con cui tali milizie hanno esercitato il loro dominio in questi mesi nel nord del Mali, storicamente rivendicato come Azawad dai separatisti Tuareg. Già prima dell’intervento francese le persone in fuga erano decine di migliaia; l’emergenza umana non può che aggravarsi di fronte alla combinazione di guerra e terrorismo.

Il conflitto si configura immediatamente come internazionale, come dimostra anche il massacro di In Amenas: in Algeria, a centinaia di chilometri dal fronte, alcuni impianti petroliferi sono presi d’assalto da un commando che intende punire il governo algerino per aver aperto il proprio spazio aereo all’aviazione militare francese. Centinaia di lavoratori sono presi in ostaggio, decine di loro muoiono per l’azione combinata dei terroristi e dell’esercito algerino che interviene massicciamente.

Questa nuova guerra è l’ulteriore espressione della minaccia crescente che i vertici sistemici rappresentano, aggravata dalla loro stessa decadenza, e la riprova del concentrato di oppressione e distruzione di cui sono a loro volta portatrici le organizzazioni terroriste che oggi si scontrano con essi. Di fronte alle straordinarie novità di cui sono state protagoniste milioni di persone nell’ondata rivoluzionaria di questi anni, che hanno suscitato tante speranze di miglioramento della vita, entrambi oppongono una logica e una pratica di guerra e di morte. Ciò è avvenuto ieri in Libia – dove le potenze Occidentali sono intervenute direttamente per impedire sul nascere l’iniziativa popolare contro il loro ex alleato Gheddafi – e avviene oggi in Siria, con l’isolamento assoluto in cui è stata lasciata una straordinaria e generosa rivoluzione schiacciata dalla dimensione bellica.

In Italia, ministri di un governo dimissionario non si fanno alcuno scrupolo di esprimere il proprio appoggio all’iniziativa francese e a promettere sostegno logistico. Questa criminale complicità è condivisa, se non altro per omissione, dai partiti in lizza per le prossime elezioni. L’Italia entra nel conflitto nel silenzio generale, non solo dei politici ma anche di quei comici che hanno recentemente esaltato la Costituzione “che ripudia la guerra”. Purtroppo, nella società ancora non si levano voci che infrangano questo quadro vergognoso.

In ragione di uno schieramento etico e di un impegno in difesa della vita e della vivibilità, noi siamo al fianco delle popolazioni colpite, dei nostri fratelli e delle nostre sorelle maliane, contro le logiche di uccidibilità, la guerra e il terrorismo. Su questo chiamiamo al più ampio schieramento umano e alla mobilitazione.

A fianco delle popolazioni del Mali strette nella tenaglia di guerra e terrorismo!
Solidarietà con i profughi in fuga dalla guerra
Accoglienza umana, permesso di soggiorno senza condizioni per chi fugge dalla guerra

Via le truppe francesi e internazionali dal Mali!
No al terrorismo jihadista e degli Stati
No alla partecipazione dello Stato italiano alle operazioni belliche, sotto qualunque forma!

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contro la guerra ed il terrorismo nel Mali

per l’autodeterminazione e la pacificazione

L’esercito francese e quello del Mali sono intervenuti militarmente per stoppare l’offensiva congiunta delle forze del Movimento per l’unicità ed il jihad in Africa dell’Ovest (Mujao), di al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), di settori di Ansar al-Dìn e forse del Movimento nazionale per la Liberazione dell’Azawad( Mnla) per conquistare La città di Konna e aprirsi la porta verso il sud del paese. La Francia è intervenuta raccogliendo la richiesta formale del presidente del Mali ed ufficialmente per contribuire alla riconquista del Nord, nonché in nome della lotta contro il terrorismo. Nel frattempo si è accelerato il processo di costituzione della forza multinazionale sotto bandiera della Cedeao e mandato  dell’Onu, il cui intervento era previsto per Settembre. Nei prossimi giorni il Burkina Fasso, il Niger ed il Senegal invieranno ciascuno un contingente di 500 soldati e la Nigeria sta a sua volta valutando come intervenire.

È cominciata una guerra che coinvolgerà tutto il Mali ed  in misura diversa ma diretta l’insieme dei paesi confinanti, in particolare il Niger, il Burkina Faso, il Senegal e la Mauritania. E che non si concluderà con la sola sconfitta militare di uno o dell’altro schieramento, perché non si tratta soltanto di uno scontro tra due eserciti. Siamo di fronte ad un nuovo scontro tra poteri oppressivi statali regionali e mondiali, capeggiati dalla Francia, ex potenza colonizzatrice, e forze jihadiste terroriste che aspirano anch’esse a dominare, opprimere e sfruttare, richiamandosi all’Islam e sfruttando le aspirazioni indipendentiste di alcuni settori di popolazioni, nello specifico i Tuareg del Mali.

Il valore della vita ed il rispetto della dignità umana, cominciando da quella delle donne, non interessano alcuno degli schieramenti. Lo hanno dimostrato le formazioni politico-religiose che da nove mesi stuprano, torturano, uccidono e terrorizzano tutte le popolazioni del nord, mentre la Francia e gli altri paesi hanno deciso di intervenire solo di fronte all’imminente presa del punto strategico di Savare, che avrebbe aperto la strada alla conquista di Mopti e poi di tutto il Sud, fino a Bamako e oltre. Non preoccupano le sorti delle popolazioni del Mali ma la sua integrità territoriale, ossia degli assetti utili al controllo e al dominio, che rischiano di perdere a beneficio di Aqmi.  A questa guerra le popolazioni, in primo luogo e sopratutto del Mali, poi dell’insieme dell’area saheliana pagheranno nell’immediato, chiunque vinca, un pesante prezzo in termini di vite umane, di condizioni di esistenza e dal punto di vista delle relazioni tra le sue diverse componenti etniche, nazionali e religiose. Per questi motivi si tratta innanzitutto e sin da subito di impegnarsi per l’autodeterminazione e per la possibilità per le persone di decidere della propria vita e di come vivere insieme, rispettandosi reciprocamente ed operando per il bene di tutte e di tutti. Si tratta di un impegno complicato e difficile, anche in ragione di una storia che incide pesantemente nelle relazioni tra etnie e nazionalità. Ma si tratta della possibilità umanamente concreta, che può cominciare dalla tolleranza e dalla ricerca di pacificazione, che rappresenta  l’alternativa migliore e l’unica speranza per la sicurezza ed il benessere di tutte e di tutti.

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Strage in una scuola di Newtown, Connecticut (USA)

Per la vita contro la barbarie armata

Nella mattina di oggi, 14 dicembre 2012, un uomo, Adam Lanza, è entrato con pistole ed armi d'assalto per uccidere in una scuola primaria di Newtown, Connecticut: le vittime ad ora accertate sarebbero 29, di cui 22 fra bambini e bambine, un'intera classe d'asilo. L'uomo, ucciso durante la vicenda, era il figlio di una delle maestre della scuola, anch'essa uccisa dall'autore della strage.
L'atrocità di questo atto di barbarie supera persino i più orrendi precedenti come le stragi di Columbine e di Denver, manifestazioni dell'uccidibilità che si diffonde in società tanto imbarbarite quanto sempre più armate, che sembrano di volta in volta destinate a peggiorare oltre ogni immaginazione. Perchè in questo caso sono stati scientemente e deliberatamente scelti come obiettivi e sono stati principali vittime bambini e bambine nel loro luogo di vita, dove quotidianamente si recano, crescono e giocano. Tanto è forte il nostro stringerci nel ricordo di coloro che sono stati uccisi e nella solidarietà con i loro cari, tanto è profonda la rabbia per la perdita di queste vite e tutto ciò che simboleggia. Mentre sulla dinamica delle vicende vi sono ancora delle ipotesi – è possibile che l'assassino abbia ucciso anche il padre e forse un fratello e che avesse dei complici –, alcune certezze della loro sostanza vanno riconosciute. 
Colpire bambini e bambine significa colpire la gioia ed il fiore della vita e significa colpire chi è più inerme e più distante dalla possibilità stessa dell'idea della morte violenta. L'uccidibilità terrorista più cruda colpisce al cuore la vita stessa e la stessa idea della vivibilità. Almeno un maschio adulto malato di odio è l'autore di questa ennesima orrenda strage, come nel caso delle molte uccisioni di donne, che la vita la garantiscono e la curano a partire da quella dei piccoli, in tragica escalation anche nel nostro paese. È in atto un ulteriore orribile salto di qualità della barbarie che tinge di sé in queste forme paesi che sono vertice e parte di un sistema democratico la cui decadenza irrefrenabile si manifesta anche così.
È un allarme gigantesco per le nostre vite e le nostre prospettive: molti bambini vengono uccisi ogni giorno sul pianeta, in guerre, in famiglia, vittime di terrorismo e di lavoro, e da oggi anche nella loro scuola in un giorno qualunque. L'orrore di questa giornata deve significare un punto di non ritorno e chiarisce la centralità di una battaglia per la vivibilità contro l'uccidibilità.
Non ritorno significa guardare in faccia la realtà, nessuna giustificazione e nessuna sottovalutazione di quanto è accaduto e sta accadendo: quest'uomo non era un pazzo, ha ucciso deliberatamente e scientemente per colpire bambini e la madre oltre al padre e forse altri, per colpire la vita stessa. Era forse malato, ma di odio contro la vita: un male che si contrae, perchè si sceglie di farsene contagiare, nella barbarie odierna, che mette all'ordine del giorno l'uccidibilità promossa in primo luogo dagli Stati nelle loro guerre, con le loro armi, con la loro violenza, con la loro pena capitale, ma che continua nelle città, nelle famiglie e nelle coppie: in queste forme, finora, sempre ad opera di maschi adulti, che siano reduci di guerre, neonazisti dichiarati come nel caso di Breivik, il terrorista di Utoya ed Oslo, o "semplicemente" stragisti che odiano le altre e gli altri, cioè la vita.
La diffusione di armi negli Stati Uniti, per queste condizioni sociali, è una mina pronta ad esplodere in qualunque momento ed in modo sempre peggiore. Ma gli interessi dei produttori e il degrado per cui una società ritiene di armarsi sempre più sono ostacoli troppo grandi perchè essa venga disinnescata. È difficile pensare che persino questo orrore scuoterà chi su questo lucra, economicamente o politicamente, e l'America profonda che corre ad armarsi; è fondamentale che cresca una battaglia per la vita, contro l'uccidibilità proliferante in tanta decadenza.

14 dicembre 2012, ore 21.30

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