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AdessoLaStoria


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l’arresto di Mladic

massacri e ipocrisia

I giornali di tutto il mondo danno oggi la notizia dell’arresto in Serbia del boia Ratko Mladic, comandante militare serbo-bosniaco negli anni Novanta, responsabile di numerosi massacri e in particolare dell’eccidio di Srebrenica nel luglio del 1995 in cui furono trucidate migliaia di persone inermi (finora sono stati identificati i resti di circa 7 mila vittime).
Nonostante il mandato di cattura internazionale spiccato ormai 15 anni fa, Mladic è stato preso senza alcuno sforzo, a pochi chilometri da Belgrado, in casa di parenti, analogamente a quanto accaduto con il suo omologo ai vertici politici, Karadzic. Anche l’informazione più addomestica deve collegare la cattura con l’allentarsi delle potenti protezioni di cui fin’ora ha goduto: essa sarà spesa politicamente sul tavolo dei negoziati per l’ingresso della Serbia in Europa.
Il pensiero va ai sopravvissuti e alle associazioni come “Women of Srebrenica”, al dolore ed alla rabbia: questa cattura pilotata non fa giustizia, Mladic, proprio come un “latitante” mafioso, ha continuato per anni a vivere liberamente a poca distanza dal teatro dei suoi crimini.
L’ignobile cinismo e l’ipocrisia non sono di oggi soltanto, né sono una esclusiva della politica serba. Il massacro di Srebrenica – città all’epoca sotto la tutela dell’ONU – è avvenuto sotto gli occhi dei caschi blu, che collaborarono a raggruppare le vittime anziché interporsi. Fu uno scandalo di enormi proporzioni: prima si disse che il contingente (olandese) era troppo piccolo per poter difendere la popolazione bosniaca, poi si cercò di insabbiare la tragedia, infine i militari vennero decorati con cerimonia solenne dal ministro della difesa (30 novembre 2006). Non è solo il colmo di una ironia macabra – in Olanda ha anche sede la Corte internazionale di giustizia dell'Aja, principale organo giurisdizionale dell'ONU che ha spiccato il mandato di cattura. È soprattutto una espressione concreta dell’ipocrisia omicida del sistema democratico, oggi in decadenza conclamata. Con buona pace di coloro che credono in una qualche riforma dell’ONU, il totalitarismo democratico si articola e si compone dei Mladic, di coloro che ne autorizzano la sanguinosa ascesa, di coloro che ne decretano il tramonto al momento opportuno.
 

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Solidarietà con i lavoratori della Fincantieri
No ai licenziamenti  e alla repressione poliziesca

La Fincantieri ha deciso  una raffica di licenziamenti in tutta la cantieristica colpendo duramente la vita di migliaia di persone che lavorano. Il piano, con il placet governativo, prevede 2.500 licenziamenti: per loro la vita delle persone non conta niente.
A Genova, Castellamare, Palermo e Marghera c’è stata un’immediata reazione da parte dei lavoratori. In particolare in migliaia a Genova e a Castellamare hanno scioperato e manifestato per difendere le proprie condizioni di vita ed il posto di lavoro. Di fronte alle proteste e alle manifestazioni dei lavoratori è scattata una dura repressione poliziesca che ha ripetutamente caricato chi manifestava. Ancora una volta la logica padronale del profitto e dell’accumulo colpisce cinicamente e duramente i lavoratori. Partiamo dalla vita e dalle esigenze umane delle persone e non dalle compatibilità e dalle fredde esigenze produttive sempre scaricate sulla pelle di chi lavora.
Siamo solidali con la lotta dei lavoratori dei Cantieri. È necessario sviluppare  e diffondere la solidarietà per unirsi nella difesa delle condizioni di vita delle persone che lavorano e lottare per impedire che passino i licenziamenti.
25 maggio 2011   h.17,00



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Solidarietà con i No Tav della Val di Susa!!
No ai cantieri! No alle minacce di repressione!


Questa notte un primo tentativo di iniziare i cantieri per il Tav alla Maddalena di Chiomonte in Val di Susa è stato vanificato dalla resistenza di centinaia di attivisti No Tav presenti sul posto per difendere la valle dalla devastazione incombente. Come già altre volte in passato, numerosi mezzi delle forze dell’Ordine hanno “scortato” i camion diretti nella zona, minacciando di caricare i manifestanti. La militarizzazione della valle e l’uso della forza bruta sono le uniche risorse rimaste ai Sì Tav guidati da Virano e Saitta, che con arroganza e vigliaccheria non vogliono rassegnarsi al verdetto che vent’anni di lotta hanno espresso in modo inequivocabile: decine di migliaia di persone, la stragrande maggioranza della gente in Val di Susa, non vuole l’alta velocità! Non vuole il progetto originario, nè quello modificato, né l’ultima versione “pezzo” per “pezzo”. Non la vuole punto e basta perché è un’opera inutile, dannosa e costosissima che avrebbe un impatto devastante per la vita delle persone e per l’ambiente.
Sabato scorso queste sacrosante ragioni sono state ribadite in una grande e partecipata manifestazione da Rivoli a Rivalta, a dimostrazione della perdurante capacità di mobilitazione diffusa dei NO Tav della Val di Susa. Alla loro lotta per la vita e per la vivibilità, per l’autodeterminazione e il protagonismo della gente comune contro la logica distruttiva del progresso, l’arroganza delle lobby politico-economiche e le minacce di repressione va tutto il nostro appoggio e la nostra solidarietà attiva.
24/05/11
 

                  
 

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a 63 anni dalla Nakba

Israele, un’altra criminale strage di palestinesi

Le numerose e diverse manifestazioni in ricorrenza della Nakba – la pulizia etnica alla base della nascita di Israele nel 1948 – sono terminate con il  tragico bilancio di una quindicina di morti e centinaia di feriti. Gli eserciti israeliano e libanese hanno aperto il fuoco contro migliaia di manifestanti palestinesi che intendevano varcare le linee di confine con Libano e Siria – esprimendo così il loro inalienabile diritto al ritorno – o che manifestavano in diverse località della Cisgiordania.
È l’ennesima criminale strage di palestinesi: la storia di Israele ne è costellata. Esso si è fondato negando l’esistenza stessa del popolo palestinese in una logica di sterminio avviata con la pulizia etnica del 1948. Pur nei suoi tratti peculiari, Israele è parte del sistema democratico degli Stati: proprio lo stesso giorno Napolitano era a Gerusalemme a ribadire il diritto di Israele di “difendersi”.
Le manifestazioni di quest’anno risentono degli straordinari cambiamenti in corso. Milioni di persone comuni hanno sfidato la paura e cominciato a dar vita ad un’ondata rivoluzionaria che scuote Nord Africa e Medio Oriente, che suscita speranze di cambiamento nei popoli e proprio perciò preoccupa i poteri oppressivi di tutto il mondo, da Washington a Roma, da Gerusalemme a Damasco e Teheran. Questa preoccupazione svela una volta di più il carattere strumentale e velenoso dell’appoggio espresso nel tempo alla loro causa da parte di regimi sanguinari come quello di Damasco, in queste settimane protagonista di una feroce repressione contro le istanze di libertà del popolo siriano.
Le vicende rivoluzionarie hanno un carattere epocale e si riflettono non linearmente sulla lotta per la vita del popolo palestinese; se ne avverte una iniziale eco nella spinta popolare di queste settimane a superare le divisioni fratricide.
La violenza con cui le manifestazioni al confine sono state represse, indica il timore crescente del governo israeliano; esso non abbandonerà la logica di sterminio del popolo palestinese che lo caratterizza sin dalle origini, né potrà mai garantire pace e sicurezza dei suoi cittadini, poiché si fonda su una ingiustizia originaria che a sua volta ne riproduce di ulteriori ogni giorno. Una vita degna per tutti coloro che vivono e che sceglieranno di vivere in quelle terre – a partire dai palestinesi e da coloro tra essi che ne sono stati espulsi col terrore – non sorgerà dalle manovre politiche di presunti “processi di pace”. Essa potrà emergere solo da un lungo processo di ridefinizione e di rigenerazione umana che – assumendo l’ingiustizia originaria per sanarla – sappia costituire una aggregazione comunitaria liberamente scelta dai diretti protagonisti.
 

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Stati e terroristi continuano a uccidere

ma non si ferma l’impegno per la vita
dei popoli arabi

Egitto. Una grande manifestazione si è tenuta ieri in piazza Tahrir nel segno di uno degli aspetti più significativi delle giornate rivoluzionarie, l’unione e la fratellanza tra le persone di diversi credo religiosi, in risposta alle violenze e ai morti dei recenti scontri tra musulmani e cristiani. In piazza c’erano anche molte bandiere palestinesi, espressione di vicinanza con questo popolo in occasione del 63° anniversario della Nakba (catastrofe), la pulizia etnica su cui poggia la nascita dello Stato di Israele.
Continua l’ondata rivoluzionaria di cui l’agorà di piazza Tahrir è stata avanguardia ed epicentro, complicandosi nonostante la feroce reazione delle dinastie al potere. Nella Siria isolata dalla censura, le mobilitazioni popolari non si fermano e anzi celebrano il “venerdì della libertà” mentre il regime invia carri armati a bombardare una ad una le città, facendo strage di civili inermi senza riuscire a soffocare la rivolta. In Yemen, fallito il tentativo di corrompere le radicali aspirazioni di cambiamento attraverso una operazione politica e alcuni cambi di facciata, il regime ha ripreso a sparare: mercoledì 11 a Sanaa un corteo di giovani è stato preso a fucilate, le vittime sono state una decina.

Un gravissimo attentato a Shabqadar, in Pakistan, ha causato la morte di  87 persone ed il ferimento di oltre un centinaio, in maggioranza cadetti della polizia di frontiera in attesa alla fermata dell’autobus ma anche civili. L’ennesima strage, pianificata nel dettaglio per causare il più alto numero di vittime, è stata rivendicata da Tehrik-e-Taliban come vendetta per l’esecuzione di Bin Laden. Politicamente, l’accaduto si inscrive nei rapporti sempre più tesi tra alleati reciprocamente diffidenti (USA e Pakistan); umanamente, è l’espressione della crescente uccidibilità di poteri negativi concorrenti tra loro e convergenti contro la vita quali sono tutti gli Stati e tutti i terrorismi.
 

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