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riceviamo da San Paolo e pubblichiamo

Il giorno è diventato notte


L'irrazionalità dimostrata in questi primi mesi del governo di Jair Bolsonaro è arrivata, il 20 agosto 2019, nella più grande metropoli del paese, sotto forma di un'enorme e densa onda di fumo nero che, in meno di cinque minuti, ha trasformato il giorno in notte. Tra stupore e preoccupazione, la popolazione guardava il cielo senza capire il fenomeno che sembrava un film di fantascienza. Respirare è diventato difficile a San Paolo, respirare è difficile nel paese di Jair Bolsonaro. Foraggiati dalle scelte criminali del presidente rispetto all’ambiente, ruralistas e latifondisti hanno decretato il cosiddetto “giorno del fuoco”, il tentativo di accelerare il processo di approvazione dello sfruttamento economico delle aree amazzoniche protette dai trattati nazionali e internazionali. Da anni, la regione affronta lunghi periodi di siccità, conseguenza del cambiamento climatico in corso. Questo, sommato agli incendi criminali, ha propagato il fuoco e, secondo gli istituti di meteorologia, ha facilitato l' espansione del corridoio di fumo proveniente dalle aree bruciate verso l'ovest, nel sud Est e nel sud del Brasile, persino verso paesi vicini come l'Argentina, l’Uruguay, il Perù e la Bolivia. Nonostante l'indignazione di settori della società, delle ONG e la convocazione di proteste realizzate nei i mesi scorsi, il ministro dell’ambiente Ricardo Salles, avallato dal suo capo, ha dichiarato che “esiste un sensazionalismo ambientale” in atto su scala globale e che l’ Amazzonia ha bisogno di una ”soluzione capitalista“. Al di là dell’ enorme livello di follia, decadenza e uccidibilità che questo governo rappresenta, non solo per il Brasile ma per l’umanità, esistono focolai di emersione umana che nascono dalla popolazione brasiliana che, in modo molto iniziale, inizia a reagire a questo contesto. Esempio ne è stata la manifestazione delle donne indigene all’inizio di Agosto dove duemila donne di circa duecento diverse tribù degli Stati dell’Amazzonia, dell’Acre, del Para', di Marahnao, di Roraima, del Mato Grosso del Sud e di paesi confinanti, hanno marciato verso Brasilia contro le misure che Bolsonaro tenta di instaurare nei territori indigeni. Il tema era “Il territorio: nostro corpo, nostro spirito“, qualcosa di numericamente ridotto , ma dal grande significato.
La marcia delle donne indigene ha rotto l’assordante silenzio dei maggiori partiti politici del paese, compresi i cosiddetti “partiti verdi” ed “ecosocialisti” che hanno in Marina Silva la loro rappresentante più nota e che, nonostante l’ambiguità delle loro dichiarazioni, sono stati obbligati a schierarsi in difesa della foresta. La rinascita delle comunità originarie come protagoniste nel contesto attuale è un segnale importante che, nonostante il percorso difficile, i potenti del mondo non riusciranno ad arrestare la spinta vitale e umana di cercare di vivere bene e vivere meglio assieme.

22 Agosto 2019

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Crisi di governo: intrighi e miserie della politica


Stiamo assistendo in questi giorni al teatrino della politica, sempre più distante e contrapposta alle esigenze e alla vita delle persone comuni. È il Festival dell’ipocrisia e dell’intrigo, uno spettacolo con risvolti farseschi come le giravolte del truce razzista fascioleghista Salvini. Prima provoca la crisi del governo, poi successivamente ripropone l’alleanza con i 5 Stelle con Di Maio presidente del Consiglio. I 5 Stelle dopo 14 mesi di governo rivendicati con Salvini ora lo attaccano come il peggiore dei mali senza un minimo di autocritica. Come avevamo detto quello 5 Stelle-Lega era un governo di collusione tra una forza genericamente protestataria e empirica ed una razzista e fascistoide. Due forze che si basano sulla cattiveria e la litigiosità. Sono stati cattivi insieme contro gli immigrati, le donne, i giovani e attaccando la libertà di tutte/i. Ma la cattiveria non significa forza perché in primo luogo il truce Salvini sta dando prova di debolezza. Quello a cui stiamo assistendo è una prova dell’irrazionalità del sistema e della politica e di come sia contrapposta agli interessi della gente. Sembra si stia profilando un accordo Pd-5 Stelle che sarebbe un governo diverso dal precedente, meno peggio ma comunque antipopolare. In questo contesto è però possibile ogni irrazionale sorpresa: ci sono ancora settori di 5 Stelle che tifano per un accordo con la Lega e il Pd non è proprio tanto unito. Non sono ancora del tutto escluse possibili elezioni anticipate. Quello che è certo è che dalla politica non ci si può aspettare niente di buono, al massimo il meno peggio.

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Finalmente a terra!

Sono sbarcati gli ultimi 83 naufraghi messi in salvo dalla nave della ONG Open Arms, dopo 19 giorni sull’imbarcazione, lasciati in condizioni al limite della decenza e dell’umana tollerabilità. Ancora una volta la determinazione di sorelle e fratelli immigrati, di Open Arms, le spinte solidali e il successivo intervento della magistratura, che ha disposto il sequestro preventivo della nave, hanno garantito la discesa a terra delle persone. Già il TAR del Lazio, però, su ricorso della ONG aveva dichiarato l’illegittimità dell’ignobile ordine di divieto all’ingresso perché in contrasto con “le norme di diritto internazionale del mare in materia di soccorso”. Interdizione, tuttavia, che il ministro fascioleghista Salvini con accanimento razzista ha reiterato mentre, chiedendo pieni poteri, apriva un’inedita crisi di governo. Tanta la gente solidale e perbene, anche volti noti hollywoodiani, si è schierata, sostenendo l’impegno coraggioso profuso dalle ONG per la salvezza delle vite umane. Continuare nell’impegno di unione della gente antirazzista e solidale è decisivo per valorizzare l’opera ideale e concreta svolta da ciascuno in difesa della vita e della libertà di tutti. Questo abbiamo iniziato con la costruzione del Forum nazionale “Indivisibili&solidali”, che si riunirà il prossimo 14 settembre a Roma.


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Mentre governo Usa e talebani trattano

L’Isis fa strage a Kabul

Sabato 17 agosto un attentatore suicida legato all’Isis si è fatto esplodere durante un matrimonio a Kabul uccidendo almeno 63 persone e ferendone circa 200, tra cui molti bimbi. Sui media italiani, la notizia ha avuto poco rilievo: per loro è parte della normalità che tanta gente comune, fuori dall’Occidente, sia vittima del terrorismo reazionario più feroce e di guerre senza fine. Invece è bene cercare di capire alcune cose confermate tragicamente anche da questo eccidio. L’Isis, sconfitto nel suo progetto di Stato totalitario, non è morto e non cessa di essere pericoloso. Mette all’opera i propri tratti originari: ha iniziato a prendere corpo circa 15 anni fa in Iraq conducendo una campagna stragista contro i musulmani sciiti, ha poi fatto del genocidio di altri musulmani che giudica “infedeli” un tratto distintivo del proprio califfato neonazista, oggi nella capitale afghana colpisce una festa della minoranza sciita degli hazara. Perse le proprie roccaforti in Iraq e Siria, le bande di Al Baghdadi puntano su altri scenari: oltre alla Libia, da anni sono presenti in Afghanistan e puntano al subcontinente indiano. Se l’inizio della sconfitta dell’Isis è avvenuto grazie all’eroismo di resistenze popolari, in primo luogo curde, questa lotta sacrosanta è stata poi espropriata dalle grandi potenze dedite a tutelare i propri interessi di potere negativo, non di certo i bisogni e le speranze dei popoli: per gli Usa come per la Russia, per la Turchia come per le monarchie reazionarie del Golfo Persico era utile ridimensionare l’Isis ma non era importante schiacciarlo definitivamente. Un’altra cosa da sottolineare è che, dal 2001, gli Usa sono intervenuti militarmente in Afghanistan per sconfiggere i talebani poiché “sponsor del terrorismo internazionale” causando ulteriori sofferenze ad una popolazione già martoriata da decenni di guerre e dal regime reazionario e ultrapatriarcale dei talebani stessi. Adesso gli stessi Stati Uniti sono in trattativa proprio con i talebani per poter giungere ad un “accordo di pace” e di questa trattativa sono parte altri attentati: il bellicismo dei potenti, tremendo ma inconcludente, non serve certo a difendere la vita e la libertà della gente comune contro il terrorismo reazionario di vario tipo. La lotta contro i terrorismi e le guerre ha bisogno del protagonismo diretto, della solidarietà attiva di chi ha a cuore una possibilità di pace e convivenza positiva tra i popoli.

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Hong Kong: una spina nel fianco dell’impero burocratico cinese

 

Dopo lo sciopero generale del 5 agosto, la scorsa domenica 18 agosto una moltitudinaria manifestazione ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone (1,7 milioni secondo gli organizzatori) nonostante le torrenziali piogge monsoniche.

L’ampiezza e la coesione della manifestazione pacifica hanno ribadito la volontà della grande maggioranza della popolazione della regione autonoma di continuare a lottare per la libertà e contro le violenze del governatorato di Carrie Lam, nominata e subalterna al regime burocratico-fascista di Pechino. Hong Kong dal 1997 è parte della Cina come regione speciale, formalmente retta dal principio “un paese, due regimi”. In realtà Pechino sta cercando di procedere all’assimilazione coatta. Uno dei provvedimenti in questa direzione, il decreto che avrebbe permesso al regime di Hong Kong di estradare senza processo in Cina gli accusati nella regione autonoma (quindi in primo luogo gli oppositori), è stata la scintilla che ha dato il via alle proteste. In questi mesi le mobilitazioni sono state permanenti e hanno coinvolto i settori più ampli e diversi della società. L’esito della manifestazione di domenica scorsa ha rafforzato tutto il movimento di lotta dando una risposta alle invettive ed alle minacce che non solo Carrie Lam ma la stessa Pechino hanno lanciato contro i manifestanti. Al tempo stesso la manifestazione ha, con la sua unità e lo spirito pacifico, riassorbito i rischi di sfrangiamento in un contesto difficilissimo. Che l’impatto sia stato enorme lo dimostra la reazione dell’amministrazione che, dopo aver sospeso la legge contestata, ha proposto una “piattaforma di dialogo”. È sicuramente una manovra, come contestano gli organizzatori della manifestazione di domenica scorsa, ma anche una prova delle difficoltà del potente impero burocratico.

È evidente che le proteste di Hong Kong, nonostante tutte le censure, giungono alle orecchie sensibili delle popolazioni cinesi del grande impero burocratico e ciò è difficilmente tollerabile. Al tempo stesso la proiezione planetaria e le relazioni che lo stato cinese ha costruito sul piano internazionale rendono più complessa l’opzione brutalmente repressiva, che pure non va esclusa. Da parte delle democrazie, al di là di parole di circostanza non c’è nessuna rivendicazione sostanziale delle mobilitazioni, prevalgono gli affari e gli interessi politici ed economici.

La popolazione di Hong Kong legittimamente non accetta di sottomettersi passivamente al tallone di ferro dello stato burocratico-fascista. Chiede libertà ed autodeterminazione, anche se non è facile sapere, al di là della comprensibile richiesta di elezioni libere, come sta pensando la loro realizzazione.

Le avanguardie della lotta hanno lanciato un appello internazionale per la solidarietà e la libertà, contro l’isolamento di queste proteste pacifiche. Alla popolazione, alle persone che lottano, alle vittime della repressione va la nostra solidarietà, l’impegno di controinformazione e di difesa della libertà.

 

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dal 2 al 16 dicembre 2019


 

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