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AdessoLaStoria


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Israele

immigrati in lotta contro le deportazioni

“Mi unisco a molti miei amici dichiarando che non porterò i rifugiati alla morte. Non sarò parte di questa barbarie”. Sono le parole del pilota Ido Elad della compagnia aerea israeliana El Al . Si riferisce alla decisione del governo israeliano di avviare l’espulsione  di decine di migliaia di immigrati con una vera e propria deportazione di massa. La maggior parte di essi sono arrivati nel territorio dello stato israeliano provenienti principalmente dal Sudan e dall’Eritrea.  Questi ultimi sono scesi in piazza in migliaia colorando le piazze di Tel Aviv e Gerusalemme. Una vera e propria marea “nera” che ha costretto il governo a cercare delle giustificazioni di fronte alla stessa opinione pubblica israeliana. Il governo di Benjamin Netanyahu in queste stesse settimane ha varato un altro provvedimento razzista: l’espulsione di 400 bambini figli di immigrati scelti fra i 1200 “indagati” in quanto figli di immigrati provenienti principalmente dal sud-est asiatico, dalla Cina e dall'Africa sub sahariana. Le motivazioni fornite dallo stesso primo ministro sono emblematiche: si tratta di figli nati da genitori immigrati non-ebrei e quindi illegali perciò devono essere espulsi e inviati nei paesi di origine dei genitori. Per essere più efficiente in questa operazione di pulizia etnica lo Stato israeliano ha costituito un corpo speciale, la famigerata Unità Oz, che compie pattugliamenti permanenti per le vie delle principali città israeliane alla caccia dei “pericolosi” bambini non-ebrei. Riprendendo una terminologia di stampo dichiaratamente bellico lo Stato di Israele definisce “infiltrati” gli immigrati non in regola con le leggi razziste. Una terminologia che sottolinea quanto è già evidente nella cronaca quotidiana. È in corso una guerra “interna” per salvaguardare l’ebraicità dello Stato sionista di Israele. Sempre in queste settimane un altro provvedimento denunciato dalla stampa israeliana svela che la Knesset, il parlamento israeliano, ha deciso di chiudere il campo di prigionia di Holot, aperto dal 2013, dove sono stati rinchiusi a migliaia gli immigrati in attesa di espulsione e ciò lascia presagire – poiché non è chiaro quando questa decisione sarà resa operativa – il peggio. Deportazioni, espulsioni, unità speciali di polizia, campi di prigionia sono una serie di misure razziste e liberticide tutte concepite nell’ambito e nel rispetto delle regole democratiche. Da una parte la democrazia israeliana ha favorito ed incoraggiato l’ingresso degli ebrei provenienti da ogni parte del mondo (con la legge del Diritto al Ritorno) e di recente ha permesso l’ingresso di tanti non-ebrei per sostituire la manodopera palestinese considerata pericolosa dopo che l’Intifada nel 2000 si è estesa anche all’interno dei confini del 1948. Oggi cerca di liberarsi di quello che cinicamente considera un fardello e una minaccia alla sua purezza etnica. Lo Stato sionista nel tempo non è rimasto uguale a se stesso, dalla sua nascita ha precisato e approfondito la sua natura razzista con nuove leggi e decreti e al contempo ha cercato, utilizzando la propaganda, di nascondere agli occhi della opinione pubblica mondiale il suo incedere criminale. Ma la brutalità non è sufficiente per fermare il coraggio di tanti fratelli e tante sorelle, in primo luogo palestinesi, la cui umanità grintosa concretamente e costantemente rimette al centro la vita e le sue insopprimibili tensioni affermative. 

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società e politica dopo il 4 marzo

caos senza fine

Conviene guardare in profondità e in prospettiva, al di là della congiuntura. Gli esercizi di matematica elettorale della prima ora sono semplici da fare ma non spiegano ancora nulla. Certo è evidente il crollo del Pd, ma più in generale siamo di fronte alla drastica riduzione delle sinistre tradizionali, complessivamente giunte al minimo storico nel dopoguerra. Altrettanto evidente è la tenuta nell’assieme della destra, con il significativo prevalere al suo interno della Lega dagli accenti marcatamente razzisti e reazionari. Soprattutto campeggia l’affermazione del Movimento 5 stelle con la sua ambiguità pop che gli permette di raccogliere consensi genericamente riformisti o ribellisti, tentando acrobaticamente di far convivere illusioni progressiste e pulsioni xenofobe. Vedremo cosa combinerà se andrà al governo e con chi. Intanto è già indicativa la prima dichiarazione del suo “capo politico” che ha inneggiato al carattere “post-ideologico” del verdetto delle urne e del suo stesso movimento. Limitiamoci a considerare l’intima contraddizione di queste parole: un conto è lo screpolarsi delle ideologie tradizionali e degli interessi popolari a riguardo, tutt’altro è la natura dei partiti statali la cui natura è intimamente ed inevitabilmente contrassegnata dall’ideologia oppressiva. Non va dimenticata la tenuta dell’astensione – al momento non ci sono notizie sul voto nullo – che comunque testimonia di una consolidata e diversamente leggibile disaffezione verso le istituzioni di una parte importante degli aventi diritto.
L’aspetto più importante e durevole che emerge è la chiusura probabilmente definitiva di un ciclo storico bipolare della politica italiana. Negli ultimi venticinque anni la destra berlusconiana e il Partito democratico si erano alternati nella gestione del potere, rappresentando una riedizione in sedicesimi, e talvolta caricaturale, del precedente confronto tra Democrazia cristiana e Partito comunista. Si trattava di un duello tra due pilastri dello Stato che si assomigliavano sempre più e spesso si associavano. Ormai i già improvvisati eredi dei partiti emersi dalla seconda guerra mondiale sono ridotti ai minimi termini La competizione farsa fino a qualche tempo fa avveniva con metodi convenzionali ma utilizzando massicciamente le Tv e soprattutto coinvolgendo attivamente un gran numero di persone. Oggi, sebbene la cosa venga ampiamente sottovalutata o data per scontata, prevale una passività generalizzata e nella campagna elettorale hanno avuto un ruolo fondamentale i “social”, particolarmente adatti a veicolare notizie false e superficiali. Un fattore quest’ultimo emblematico del degrado anche modale della comunicazione politica. In Italia più che in qualunque altro paese europeo partecipe del sistema democratico globale, malgrado la permanenza della matrice bellica testimoniata dagli episodi di violenza e dal continuo incitamento all’odio, assistiamo ad una vera e propria mutazione genetica dell’attività politica. Le forme del fare politica sono sempre più improntate al marketing e quindi banali, ripetitive, ossessive, pubblicitarie, stupidamente ammiccanti, basate sul pettegolezzo e la maldicenza. Ciò è al servizio di contenuti sempre più generici, improvvisati per rispondere al senso comune più volgare, palesemente menzogneri, privi di qualunque inquadramento programmatico serio e verificabile, tendenti a catturare l’attenzione momentanea, finalizzati ad intercettare emozioni tanto vivide quanto fugaci, palesemente estranei alle esigenze umane più profonde e al contempo con pretese di invadenza nella nostra esistenza. Ne consegue un radicamento quasi sempre volatile, provvisorio e comunque vertente su un’affiliazione ed un senso di appartenenza idealmente vacuo o vago, quindi in gran parte facilmente e rapidamente mutevole: fenomeni che sono strettamente connessi al trasformismo strategico dominante in ragione del conseguire a tutti i costi qualche fetta di potere. Gli apparati di partito sono congreghe di interessi ed affari non di rado loschi, la corruttela è imperante e non ha necessariamente conseguenze sull’opinione pubblica; questi tratti sono ovviamente preesistenti ma diversamente dal passato non sono neppure troppo mascherati, perché agli occhi di parte dell’elettorato non rappresentano un problema grave e spesso sono anzi un esempio da seguire. Non è sparito del tutto un qualche volontariato partitico disinteressato ma, quando c’è, è sempre più legato solo al momento elettorale. Le caratteristiche cui facciamo riferimento sono clamorosamente incarnate dal Movimento 5 stelle. D’altra parte il “partito di plastica” berlusconiano si sta squagliando e la Lega rappresenta una sopravvivenza della peggiore vecchia politica, inquietante e pericolosa ma palesemente contrapposta ai grandi flussi mondiali dell’epoca e destinata a subirne i contraccolpi. Ci interessa di più lo sparpagliato popolo della sinistra in crisi- quanti provenienti dal Pd hanno votato 5 stelle!- che si sente tradito nei suoi ideali più genuini ma fatica a comprendere che il modo in cui quegli stessi ideali sono maltrattati o abbandonati dalle direzioni vecchie e nuove è alla lunga inevitabilmente fallimentare perché non prevede nessuna messa in discussione delle politiche espresse e della natura stessa della politica. Sintomatici sono fenomeni diversi dal Pd, ma ugualmente fragili nell’approccio, come Leu e “Potere al popolo”. Un paio di semplici domande vanno poste a chi affida qualche speranza in questi raggruppamenti: quali sono i loro principi? E quali i loro fini positivamente e concretamente perseguibili? Quindi quali i loro programmi? Dobbiamo cercare il confronto su questi temi, ascoltando le loro ragioni ed offrendo le nostre. È auspicabile che questo possa avvenire anche con quei seguaci del Pd che non sono definitivamente succubi della rassegnazione fortemente statalista e blandamente riformista tipica della cultura politica cui fanno riferimento .
Il disgregarsi generalizzato della politica novecentesca si intreccia e si spiega con gli sviluppi drammatici rintracciabili nell’esistenza delle collettività umane. Il liquefarsi dei vecchi partiti e il precipitare di nuove accozzaglie di interessi egoistici riguarda e alimenta la decadenza storica delle società statali e delle culture dominanti. Al tempo stesso il tramonto rovinoso di quella che, con un’eccessiva dose di ottimismo, venne definita “società civile” ha una sua autonomia dalle vicende politiche che riflettono in modo parziale, distorto e per molti aspetti peggiorativo i processi più profondi. La comprensione delle grandi linee di tendenza concernenti le dinamiche soggettive complesse ed i flussi generali del pensiero, delle credenze, dei pregiudizi e delle speranze rappresentano i punti di partenza imprescindibili per orientarsi nel caos epocale e cercare delle vie per fuoriuscirne bene. Le analisi che si soffermano su singole questioni, per quanto importanti come ad esempio il lavoro, non spiegano né risolvono nulla neppure contingentemente. Soffermarsi invece sul panorama d’assieme permette di capire che sta implodendo la cristallizzazione e l’involuzione della socialità umana a cominciare dalle aggregazioni di base. Le famiglie contemporanee rimangono in sostanza patriarcali con qualche concessione alle donne e ai figli, ma proprio per questo tendono al disfacimento. Raggruppamenti più ampi – economici, lavorativi, religiosi, di studio, di vicinato, ludici – si mantengono o risorgono mostrando vocazioni comunitarie intimamente fragili per la loro parzialità, perché chiusi in se stessi o estraniati dal contesto, soprattutto per i loro riferimenti valoriali. Le “comunità virtuali” offerte da raffinati elettrodomestici forniscono un autoinganno devastante che ferisce l’intimità compromettendo le migliori tensioni che abbiamo verso gli altri. L’artificio bellico dell’identità nazionale, denso di minacce antistoriche, sembra primeggiare fornendo ampie giustificazioni al cattivismo italiota, l’altra faccia del buonismo, e malcelando il permanente e feroce conflitto di interessi grandi e piccoli. La parola “popolo” ha un significato vago e il concetto rimane pericolosamente segnato da fattori etnico-geografici e linguistici. L’identità di genere, decisiva ragione filogenetica della nostra specie, resiste tenacemente sotto traccia ma è costantemente aggredita dal crudele ed assassino machismo dilagante, furbescamente messa in questione dai tentativi di cooptazione statale, direttamente attaccata da insensate “teorie” dissolventi. Gli aggregati di classe funzionano più complessivamente solo, e fino ad un certo punto, per la super-borghesia mentre appaiono una mera definizione di collocazione o di mansione per le lavoratrici e i lavoratori che si ritrovano talvolta relativamente uniti solo nelle estreme necessità. Il termine “proletariato” appare – quantomeno nelle società sistemiche – non solo etimologicamente insostenibile ma soprattutto improprio per il disfarsi delle ragioni morali che lo connotavano. Viviamo in una società dove la solidarietà si viene riducendo precipitosamente ad un atteggiamento occasionale e certo non organico come si converrebbe per cercare un’autentica coesione. L’atteggiamento proliferante di esclusione rabbiosa, discriminazione e violenza omicida nei confronti di emigranti e profughi provenienti da altri paesi e persino di bimbe e bimbi nati in questo paese è il tragico simbolo del fatto che siamo ridotti ad una società di estranei propensa a diventare una società di nemici. Non c’è quindi da meravigliarci del guastarsi costante dei rapporti umani e dell’imperante tristezza di un individualismo disperante. Al fondo traspare e si accentua la lacerazione tra le migliori intenzioni e le risposte morali ed etiche che ricevono: le stesse idee di libertà, di bene, di bellezza, di giustizia, di verità che dovrebbero realizzarci ed unirci vengono deturpate o negate.
Queste linee di tendenza in atto sono destinate ad approfondirsi, non possono invertirsi da sole né tantomeno possono cambiare per un intervento dall’alto. Dovrebbe finalmente apparire chiaro che, per la natura stessa dei problemi posti, continuare a cercare ossessivamente ricette sul da farsi non porta a nessun risultato significato. Bisogna andare alla radice, e la radice siamo noi stessi, è la soggettività complessa di noi esseeri umani. Se assumiamo questo punto di vista la realtà non ci appare più solo densa di minacce ma gravida di possibilità ancora inesplorate, ignote eppure profondamente motivate. Lo sguardo scientifico finalmente più attento al mondo interno, le più genuine esperienze di lotte femminili e giovanili, le rivoluzioni della gente comune, il vorticoso ed irrefrenabile incedere della storia mondiale, ci invitano a poter credere con fiducia al cambiamento a condizione di pensare(ci) ed agire più radicalmente come protagonisti del nostro essere perfettibili. Perché il presente aggregarsi sociale nefasto non coincide affatto con la nostra socievolezza e socialità, che sono invece capacità proprie di ciascuno di noi e sono inseparabili dalle nostre individualità e dalla nostra relazionalità. Possiamo cioè scegliere come indirizzare le nostre soggettività, comporle in maniera diversa, libera e benefica, proiettarle verso un’armonia di convivenza collettiva, di relazioni libere e leali, di affermazione per ogni personalità. In altri termini possiamo cominciare ad essere diversamente assieme sperimentando ed offrendo un orizzonte di felicità possibile. Possibile evidentemente fuori, ai margini, di questa società corrotta ed irriformabile come la sua sovrastruttura politica. Dando così un esempio fulgido di come è possibile contrastare positivamente la decadenza.
È quello che proviamo a proporre ma ancora stentiamo ad essere noi umaniste/i socialiste/i. Ci proviamo seriamente ma stentiamo perché ancora non abbiamo sufficiente coscienza e capacità di proporci per quello che già siamo. La verifica della possibilità di quest’opera straordinaria e difficile sta negli altri: è con loro che possiamo verificare la validità della nostra proposta, valutare le migliori essenze dell’umanità comune mettendole all’opera. Fondare e formarci ad un’idea e ad una pratica morale ed etica nuova delle soggettività e della sentimentalità condivise significa cercare di espanderla con audacia e pazienza. Ci interessa relativamente se si è votato o per chi: ci interessano le persone nel loro essere, per il loro sentire e pensare, per le loro aspirazioni ed azioni, per le loro scelte. Dobbiamo provare ad andare più decisamente verso le persone scoprendoci e scoprendole nelle possibili migliori intenzioni individuali, reciproche, collettive, nutrendole e nutrendoci di un’affettività sincera ed accogliente perciò rigorosa, basandoci su un impegno consapevole benefico e responsabile. Altro che illusioni politico-elettorali: andare verso le persone per essere persone migliori, imparare a (ri)costruire relazioni soddisfacenti, coltivare e definire una prospettiva di comunanza che sia luogo e matrice di socialità solidale e costruttiva: ecco quanto di più concreto è possibile fare per cambiare da subito la vita assieme e quindi fronteggiare i pericoli che ci circondano.

6 marzo 2018
Dario Renzi

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omicidio a Firenze

reagiamo uniti alla violenza omicida e razzista

Idy Diene, immigrato senegalese da molti anni in Italia, è stato brutalmente assassinato in pieno centro a
Firenze nella mattina di lunedì 5 marzo da Roberto Pirrone.
Siamo solidali con i suoi familiari e con tutti i fratelli e sorelle senegalesi, già duramente colpiti in questa città dal duplice omicidio di Mor e Modou ad opera di un neofascista di Casapound.
La reazione coraggiosa della comunità senegalese ha un valore profondo e sollecita tutti a scuotersi dalla
normalità post-elettorale, che tanto la politica quanto i mass media cercano di preservare, silenziando la
causa fondamentale di questo omicidio: il razzismo.
È il crescente clima di odio e razzismo diffuso nelle istituzioni e tra la gente - alimentato in primo luogo dalle destre, Salvini in testa, ma cavalcato da tutta la politica - a creare le condizioni per la violenza omicida razzista.
La giusta indignazione e la comprensibile ira espressa in questi giorni da tanti immigrati può svolgersi in
maniera positiva - come dimostra l'assemblea svolta durante il presidio del 6 marzo con circa 200 persone - rifiutando ogni forma di violenza cieca perché dannosa, ed alimentando invece una reazione unitaria, pacifica e popolare. Denunciamo inoltre l'atteggiamento ipocrita delle istituzioni comunali fiorentine e del sindaco Nardella, che hanno contribuito ad esasperare gli animi di tanti immigrati: da una parte si fingono solidali e dall'altra sono artefici da anni di una campagna “razzista democratica” contro i venditori ambulanti fatta di soprusi e prepotenze ad opera della polizia municipale.
È urgente affermare un principio di solidarietà umana e combattere conseguentemente il razzismo: è in gioco il significato della convivenza che scegliamo di costruire. Ciò chiama in causa chi siamo nella vita quotidiana, nelle relazioni con gli altri e nei contesti di cui siamo parte.
Comprendere che siamo una comune umanità differente può significare schiudere la strada ad un
miglioramento della vita per chi lo sceglie, fronteggiando i veleni che provengono dalla società corrotta in cui ci troviamo: dalla violenza dilagante - innanzitutto l'odiosa violenza maschile contro le donne - all'egoismo frustrato che alimenta la crescita di una vera e propria reazione razzista e fascistoide come dimostrano la tentata strage di Macerata e su un altro piano l'esito delle elezioni.
Uniamoci per costruire insieme una reazione di lungo periodo, dando corpo ad un'alternativa credibile, cioè di vita: ciò che nessun partito o comitato elettorale potrà mai offrire.
Su queste basi proponiamo alle comunità immigrate, ai giovani e alle donne che vogliono reagire insieme, alle persone sinceramente solidali ed antirazziste, di mobilitarci per costruire una manifestazione pacifica,
accogliente e combattiva che esprima le ragioni della nostra umanità migliore.

solidarietà, fratellanza e pacificazione contro ogni razzismo

MANIFESTAZIONE

Sabato 10 marzo ore 15.00 Ponte Vespucci

La Comune - Firenze

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Basta violenza!
Uniamoci per difendere la vita


La violenza contro le donne e contro le bimbe e i bimbi da parte delle persone che dovrebbero amarci assume sempre di più tratti atroci.
Questa mattina la furia patriarcale violenta e omicida purtroppo è tornata a colpire. Antonietta Gargiulo, in gravi condizioni, desiderava una vita più libera per se stessa e per le sue bambine, Martina e Alessia, rispettivamente di 8 e 14 anni. Aveva chiesto la separazione dall’omicida Luigi Capasso, che già più volte l’aveva aggredita sia pubblicamente che tra le mura domestiche. Alla questura di Latina aveva presentato un esposto, affermando di aver paura dell’uomo, sempre più violento e ossessivo. L’arma dei carabinieri, di cui l’assassino faceva parte, ha liquidato il tutto con 8 giorni di riposo e poi di nuovo in servizio.
Al servizio della propria frustrazione maschile, che vuole negare la ricerca di libertà e di emersione della donna, e del patriarcato in crisi, saturo di violenza e brutalità.
La speranza non la riponiamo nelle istituzioni statali, profondamente intrise di logiche belliche e patriarcali. Siamo sempre più consapevoli che per la politica e le istituzioni la nostra vita non è una priorità.
La speranza in una vita migliore e più sicura è nelle donne stesse e negli uomini che vogliono cambiare. Per difendere la vita delle donne e dei bimbi è necessario unirsi, attivare uno sguardo più attento e vigile, costruire solidarietà e sincera vicinanza. Ripensare a un nuovo modo di relazionarsi può cambiare in meglio la nostra vita.
Nonostante dinanzi a una violenza così efferata possa prevalere la rassegnazione e il dolore, non vogliamo arrenderci all'indifferenza, al “tanto non possiamo fare niente”.
Noi vogliamo impegnarci per mettere al centro la vita e la libertà delle donne e quindi di tutti.
Ci stiamo già provando con i Collettivi Dipende da noi Donne che si sono formati in diverse città e vogliamo continuare ad esserci sempre di più con tutte le donne che lo sceglieranno.
Ci continueremo ad unire per affermarci liberamente anche per Antonietta, Martina e Alessia, che con coraggio hanno provato a far sentire la loro voce.
Forza, protagonismo e sorellanza vogliamo colorino le nostre vite.

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elezioni

fuori dai giochi del potere oppressivo,
per un’alternativa di vita

La campagna elettorale che si svolge in Italia mostra, come e più del solito, un quadro desolante.
Le forze accreditate di maggior consenso si assomigliano sempre più, con qualche differenza significativa.
Il Pd, reduce da una disastrosa esperienza di governo, si è dimostrato incapace di rappresentare un argine serio al peggioramento delle condizioni di vita di tanta parte della popolazione, malgrado alcune prese di posizione meno forcaiole di altre nei confronti dell’emigrazione e del genere femminile.
Il centro-destra ripropone gli slogan padronali e demagogici tipici del berlusconismo, conditi da accenti crescentemente repressivi e razzisti; nella coalizione è cresciuta la presenza di una Lega aggressiva che punta sul più becero malcontento in settori di ceto medio e di lavoratori. Al suo interno trovano posto fascisti dichiarati come lo stragista di Macerata. Sintomaticamente altri raggruppamenti esplicitamente fascisti e xenofobi, direttamente collegati ad ambienti mafiosi e malavitosi, agiscono indisturbati nella società ed appaiono sul proscenio elettorale.
Il Movimento 5 stelle, presunta novità nel teatrino della politica, propone un inquietante cocktail di qualunquismo arrivista, furberia italiota, ignoranza politichese, sottomissione aziendale, cretinismo tecnoillogico e sete di potere: si tratta del “nuovo” che ci fa andare indietro. Non stupisce che anche nelle sue fila trovi posto la becera intolleranza verso chi viene da altri paesi o la pensa diversamente.
I principali gruppi di potere oppressivo sono anche comitati di affari loschi, popolati da personaggi di malaffare e fuorilegge, talvolta inquisiti più spesso impuniti, dediti in qualunque modo ad accaparramenti, ruberie e corruzioni di vario tipo. Rappresentano il definitivo divorzio tra morale e politica. Perciò suonano sardonici gli allerta dei loro ministri sul “pericolo di condizionamenti malavitosi del voto”, come dire che i partiti statali devono guardarsi da se stessi!
Questi aggregati sono parte integrante, con diversi accenti, del sistema democratico globale e ne incarnano la decadenza in atto, che ha in Trump il rappresentante di punta. Mai come ora emerge evidente però la sintonia tra questo devastante ed ulteriore disfacimento della politica tradizionale e i fermenti negativi presenti nella società. La soggettività collettiva macroscopica, che chiamiamo società statale, è sempre più segnata da una condizione coatta di estraneità e competitività dove attecchisce l’odio. Così si spiega la crescita di una reazione scomposta ai processi storici ed antropologici che sconvolgono la vita della nostra specie, una reazione che acquista tratti violentisti e fascistoidi. Questa tendenza si manifesta e si rafforza sotto diverse forme su scala internazionale nel carattere sempre più apertamente totalitario, militarista e repressivo degli Stati. Russia, Siria, Turchia, Iran, Israele sono alcuni degli esempi più eclatanti del primato bellico imperante sia all’interno dei confini che nei rapporti interstatali. La recrudescenza dell’uccidibilità e della prepotenza colpisce anche in questo paese. Ne sono vittime innanzitutto le donne, i più deboli, i bambini, gli immigrati o anche semplicemente gli italiani di “colore” (è significativo che i signori di cui sopra non hanno sancito neppure l’atavico ius soli), ma più in generale ne sono minacciate tutte le persone di buona volontà e migliori intenzioni. Siamo convinti che per difendere efficacemente gli interessi di questa parte della popolazione sia fondamentale un progetto alternativo ed affermativo di soggettività comune, che contempli e permetta libertà relazionale e sviluppo delle personalità nel rispetto reciproco e in una logica di pacificazione. Una tale prospettiva ha solide basi antropologiche, neurobiologiche e psicologiche, che devono tradursi in teoria, in valori etici e morali, in pratica conseguente. È questo il nostro impegno che si colloca chiaramente, definitivamente e positivamente al di fuori dell’orizzonte politico esistente, ma non può e non deve ignorarlo se non altro perché concerne e rischia di avvelenare la gente comune.
In questa ottica valutiamo le dinamiche delle varie formazioni di sinistra politica presenti nella competizione elettorale, che dovrebbero costituire una qualche speranza di cambiamento. Risulta però che Liberi e Uguali, recente rottura del Pd ma saldamente ancorata alle vecchie illusioni riformiste, e i diversi raggruppamenti di estrema sinistra come Potere al popolo, Sinistra Rivoluzionaria, Partito Comunista sono tutti, con argomenti ed accenti diversi, dentro una logica statalista che porta persino alcuni di loro ad essere schierati al fianco dei peggiori assassini seriali del pianeta. Nessuna di queste formazioni ha messo in discussione le proprie radici novecentesche ormai palesemente fallimentari, ognuna è attraversata da un rifiuto della ricerca e della formazione teorica quale premessa indispensabile di innovazione e liberazione. Soffermandoci sulla più stretta attualità: non mostrano particolare interesse a confluire in un fronte unico contro la crescita dell’onda nera.
Considerando il quadro d’assieme e in virtù dei nostri progetti, riteniamo che la posizione più coerente nelle prossime elezioni sia astenersi o annullare la scheda. D’altra parte teniamo in conto e rispettiamo l’opinione di tanti compagni ed amici che ritengono necessario votare per mandare un segnale di cambiamento seppur flebile. Però, come è emerso anche dal dibattito svoltosi sul nostro giornale, per un motivo o per l’altro nessuna sigla presente nella competizione risponde pienamente neppure a questa esigenza elementare. Allora a chi proprio non riesce a stare lontano dalle urne, il suggerimento è a non farsi illusioni e di votare per chi si crede possa rappresentare una qualche controspinta alle dinamiche reazionarie. La presunta efficacia concreta del voto è una menzogna: sappiamo tutti che con le elezioni non cambia molto e ancor più difficilmente migliorano le nostre esistenze. Al contrario nulla è più concreto dello scoprire e valorizzare la propria umanità. Quindi soprattutto l’invito è a considerare i propri interessi in una prospettiva affermativa non solo difensiva. A ragionare sentimentalmente come protagoniste e protagonisti di una scelta di libertà, di bene, di bellezza, di autenticità, di equità: valori condivisi per realizzare la propria personalità, le proprie relazioni, la propria comunanza umana. Una via alla felicità possibile contrastando le tragedie dell’epoca, un indirizzo inevitabilmente alternativo al freddo e misero raziocinio dell’individualismo alienante, dei rapporti coatti, della estranea società statale. Vi offriamo di conoscere, valutare, sperimentare ciò che le donne e gli uomini de La Comune cercano di essere, quotidianamente.

Segreteria della Confederazione de testata160px
22 febbraio 2018

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al 2 luglio 2018


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