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AdessoLaStoria

                           

                           

                                         all'11 marzo
                                       abbiamo raccolto

                               389.128 euro

 


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il caso Battisti

noi, da sempre contro il terrorismo reazionario

Sta facendo scalpore l’arresto di Cesare Battisti e la sua estradizione in Italia. Cesare Battisti è stato un leader dei Proletari armati per il Comunismo (Pac) condannato all’ergastolo per essere mandante e/o esecutore materiale di quattro omicidi, tra cui quelli di due commercianti, il gioielliere Torregiani e il macellaio Sabbadin, e non ha mai fatto un’autocritica della pratica terrorista. Da sempre abbiamo combattuto e denunciato il terrorismo per il suo carattere reazionario e per la sua logica disumana e criminale funzionale a preservare il dominio della borghesia. Perciò ci colpisce che settori di sinistra e intellettuali lo difendano senza dire una parola di condanna del terrorismo e su chi è stato realmente questo personaggio. La denuncia del terrorismo, ieri come oggi, non può essere rimossa o omessa: Battisti come tutto il terrorismo “rosso” degli anni ’70 è stato utile alla borghesia e ai poteri oppressivi e ha contribuito a criminalizzare e normalizzare i movimenti. D’altra parte, sono state ripetutamente provate le collusioni con gli apparati statali. Il ministro fascioleghista Salvini si glorifica di questo arresto ed esalta le istituzioni statali, ma in realtà tutta la storia dello Stato democratico italiano è di copertura e/o di collusione di stragi terroriste rimaste regolarmente impunite. La scontro tra terrorismo di Stato e tra chi vuole costruire uno Stato, a sua volta oppressivo, è tutta interna a logiche stataliste e borghesi. In ragione della difesa della vita e dell’impegno per il suo miglioramento siamo contro tutti i terrorismi.

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comunicato stampa

solidarietà con i giornalisti aggrediti

uniamoci contro la violenza fascista

Durante la commemorazione di Acca Larentia a Roma militanti neofascisti di Avanguardia nazionale e di Forza nuova hanno aggredito il giornalista de L’Espresso Federico Marconi e il fotografo dello stesso settimanale Paolo Marchetti. A loro va la più piena solidarietà de La Comune.
Si tratta di un ennesimo grave atto di violenza fascista che denunciamo con forza e contro il quale è urgente reagire con determinazione.
Mentre i fascioleghisti al governo continuano la loro politica infame sulla pelle degli immigrati, quelli che si annidano nei quartieri delle nostre città – in società sempre più decadenti e disgregate – rialzano pericolosamente la testa e si rendono sempre più spesso colpevoli di azioni squadriste contro immigrati, donne, omosessuali, giovani, volontari, attivisti e giornalisti.
È urgente unirsi e reagire contro questa pericolosa e vergognosa feccia. Anche per questo vogliamo continuare ad impegnarci per costruire un forum solidale e antirazzista con le realtà che hanno dato vita alla manifestazione del 10 novembre e con tutti coloro che vorranno schierarsi contro il fascismo, il razzismo e il governo.

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secondo il Time

giornalisti: le persone dell’anno

Time ha dedicato le ultime quattro copertine del 2018 a Jamal Khashoggi – columnist di The Washington Post brutalmente ucciso a ottobre nell’ambasciata saudita a Istanbul; ai reporter della Reuters in prigione in Myanmar, Wa Lone e Kyaw Soe Oo; ai giornalisti della Capital Gazette di Annapolis, colpiti da un attentato a giugno in cui sono rimasti uccisi cinque colleghi; a Maria Ressa, fondatrice del sito di news Rappler e condannata a 10 anni di carcere dal regime di Duterte. “I guardiani e la guerra contro la verità” sono i simboli di ciò che sta accadendo all’informazione. Secondo Reporters Sans Frontières sono 80 i giornalisti uccisi nel 2018, 348 quelli tenuti in ostaggio, 60 in prigione e tre gli scomparsi. Violenze e minacce sono in aumento, non solo nelle zone di aperto conflitto – basti pensare ai giornalisti uccisi o scomparsi in Messico –, e si intrecciano con il diffondersi, tramite i social media, di un’informazione basata sul consenso dei propri iscritti, calcolato dagli algoritmi delle piattaforme. Il caso Facebook-Cambridge Analytica è emblematico: la raccolta di dati è servita ad aumentare i profitti della compagnia che ha venduto l’attenzione dei propri iscritti agli inserzionisti. La credibilità – il primo prodotto di stampa e Tv, secondo Time – è così surclassata dalla diffusione incontrollata di news non verificabili, di messaggi di odio e rabbia che producono molte più condivisioni, cioè più audience, che il vero prodotto da accaparrarsi. La cosiddetta libertà della rete non è garanzia di qualità dell’informazione, semmai la perverte riducendo le capacità di sguardo, ascolto, attenzione e giudizio di chi ne fruisce.

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con i sindaci solidali
contro il razzismo della legge Salvini


Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando ha deciso di sospendere l’applicazione delle norme palesemente razziste e discriminatorie contenute nella legge Salvini con una significativa e coraggiosa dichiarazione di schieramento e con un netto rifiuto di diventare complice di “un provvedimento disumano e criminogeno” che rappresenta “una violazione dei diritti umani”.
È la prima decisione, attuata con una disposizione formale, che è stata pienamente condivisa dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris e che ha ricevuto simpatie anche da altri sindaci malgrado le minacce di ritorsione del ministro Salvini.
Salutiamo e sosteniamo questa iniziativa del sindaco Leoluca Orlando e auspichiamo che possa essere un esempio per altri sindaci e amministrazioni locali, perché è una decisione che si schiera con la vita delle persone contro le norme disumane e che antepone la difesa dell’umanità a leggi vergognose e razziste.
Cresce quindi la possibilità di sviluppare e coordinare un’iniziativa diffusa su scala nazionale per contrastare e fronteggiare l’applicazione della legge Salvini a partire dalle forze e dalle associazioni che hanno promosso la manifestazione nazionale antirazzista del 10 novembre.

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nuovi sviluppi in Siria

le forze curdo-siriane e il regime di Assad

La decisione di Trump di ritirare le truppe statunitensi dalla Siria sta provocando nuovi cambi repentini nel conflitto, soprattutto perché i quasi 2000 soldati nordamericani schierati finora nel nordest del paese, area sotto il controllo delle truppe curdo-siriane, erano da queste ultime considerate come il principale alleato e ritenute una protezione essenziale di fronte alla presenza militare turca. Di fatto, il regime di Erdogan considera le milizie curdo-siriane – le Unità di protezione del popolo (YPG) – il suo principale obiettivo in territorio siriano a causa dei legami con il Partito dei lavoratori curdo, il PKK, in Turchia.
In un comunicato l'YPG ha prontamente invitato "le forze del governo siriano, che sono tenute a proteggere il paese, la nazione e i suoi confini, ad assumere il controllo delle aree da cui le nostre forze si sono ritirate, in particolare la città di Manbij, contro il pericolo di una invasione turca". Nei fatti, secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani, un contingente di 300 combattenti delle forze leali al regime di Assad avrebbe già preso posizione tra detta località e le zone controllate dalle formazioni sostenute dalla Turchia. Manbij è effettivamente una località strategica che l'alleanza delle Forze democratiche siriane, diretta dal YPG, aveva strappato allo Stato islamico nel 2016 e che rappresenta la porta d'accesso alla vasta regione del nordest sotto controllo curdo.
Le principali potenze coinvolte nel conflitto, Russia e Turchia, si stanno riunendo in cerca di una soluzione. Se Putin è il principale alleato di Assad, Erdogan ha mostrato chiaramente di appoggiare l'integrità territoriale siriana e che il proprio obiettivo è l'annientamento di coloro che considera terroristi, cioè l'YPG.
E' evidente che questi nuovi scenari favoriscono il regime assassino di Assad.
La realtà siriana si fa ogni giorno più drammatica tra il cinismo e la logica bellica delle potenze straniere, autentiche depositarie dei destini del paese, e le condizioni di vita sempre più drammatiche per la popolazione. Mentre Assad sembra recuperare il credito diplomatico perduto, le sue carceri sono luoghi di tortura e di esecuzioni all'ombra della impunità e del silenzio internazionale.
Per questa ragione è ancor più grave – seppur non sorprendente – il riconoscimento e l'avvicinamento operato dal YPG.
Come si è giunti a questa situazione? Per quale motivo le forze curde sono arrivate a chiedere la protezione del regime siriano?
Non dimentichiamo che proprio a partire dalla rivoluzione del 2011 contro il dittatore di Damasco la popolazione curdo-siriana ha intravisto una più concreta possibilità di conquistare maggiori spazi di libertà e di autonomia territoriale.
Certamente l'esigenza di autodeterminazione manifestata dalla popolazione curdo-siriana meritava una maggiore considerazione e non la contrarietà delle forze dell'opposizione ufficiale ad Assad. E d'altro canto non bisogna mai dimenticare il valore della lotta delle milizie curdo-siriane e yazide contro il mostro neonazista dell'Isis.
Tuttavia la parabola di questi 8 anni ci dice, a proposito delle forze curde, dei pericoli che comporta il considerare che la legittimità della lotta per l'autodeterminazione di un popolo giustifichi qualunque mezzo e qualsiasi alleanza per raggoiungere i propri obiettivi.
Le forze curde siriane non solo hanno considerato la propria autodeterminazione superiore alla lotta comune contro un regime criminale come quello di Assad, ma addirittura hanno ritenuto prima di potersi astenere dal combatterlo e successivamente di arrivare a una qualche forma di collaborazione con esso. D'altra parte seppure in un conflitto è comprensibile la ricerca degli aiuti necessari, i territori sotto il controllo curdo-siriano sono arrivati a dipendere dalla presenza militare nordamericana, come oggi appare evidente.
Inoltre la condotta del YPG (così come della coalizione guidata dagli Stati uniti) nei confronti della popolazione civile delle zone conquistate non è stata esente da abusi ed eccessi. Anche perciò in tutto questo tempo non abbiamo condiviso l'entusiasmo verso l'esperimento di Rojava, come invece ha fatto buona parte della sinistra e del movimento libertario. Tra le altre cose perché non si ispirava, o peggio, si distanziava dall'esempio della rivoluzione siriana del 2011.
Temiamo che – anche per l'incedere, gli obiettivi e i metodi del YPG – le speranze di libertà della popolazione curdo-siriana possano essere frustrate.
Da parte nostra, in ogni caso, denunceremo, come già precedentemente abbiamo fatto nel caso di Afrin, ogni attacco militare dell'esercito turco o di altre forze contro la popolazione curdo-siriana.

Traduzione di Giovanni Marino

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 • n. 332


dal 4 al 18 marzo 2019


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