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AdessoLaStoria

                           

                           

                                         al 7 gennaio
                                       abbiamo raccolto

                               165.275 euro

 


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Gioia Tauro

con Suruwa, vittima del razzismo

Ancora una giovane vita spezzata. Nella notte tra l’1 e il 2 dicembre Suruwa Jaithe, un ragazzo di 18 anni originario del Gambia, è morto per via di un incendio (sulle cui cause sono in corso accertamenti e non si esclude una gravissima origine dolosa) scoppiato nella famigerata baraccopoli di San Ferdinando nella piana di Gioia Tauro. Soli pochi mesi nella stessa baraccopoli sempre a causa di un rogo, in quel caso, certamente doloso, moriva Becky Moses, una ragazza nigeriana di 26 anni. Quello che si sa è che Suruwa titolare di un permesso di soggiorno umanitario, per questo ospite dello Sprar di Gioiosa Jonica, si è allontanato volontariamente dal centro di accoglienza, perché temeva gli effetti del nuovo decreto Sicurezza, voluto da Salvini. Esprimiamo il nostro cordoglio e la nostra solidarietà ai familiari e ai cari di Suruwa ma denunciamo l’ipocrisia e il razzismo dei politici e delle istituzioni che approvando leggi, come il decreto sicurezza, in dispregio dell’elementare senso dell’umanità fomentano sfruttamento e schiavitù ed espongono la vita di migliaia di persone ad abusi intollerabili e perfino alla morte, di cui ne sono i diretti responsabili.

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facciamo chiarezza sulla manifestazione nazionale del 15 dicembre convocata da Usb

 Il 10 novembre è stata una manifestazione nazionale solidale antirazzista costruita attraverso un percorso di confronto rispettoso tra diverse realtà impegnate con uno spirito unitario perché convinte di unirsi contro il governo pentastellato e fascioleghista, il razzismo e il decreto Salvini.
È stata un successo anche considerando il silenzio stampa dei media e i diversi boicottaggi ricevuti. Le direzioni di Cgil, Arci, Pd e compagnia hanno boicottato la manifestazione.
Anche la direzione dell'Unione Sindacale di Base ha subdolamente boicottato la manifestazione. Questo micro-apparato sindacale burocratico – diretto e controllato dalla direzione di stampo stalinista della Rete dei Comunisti e di Contropiano – ha convocato con la solita prassi verticista e con una logica divisionista una manifestazione nazionale per il 15 dicembre, ignorando quella del 10 novembre. La piattaforma che convoca il 15 dicembre è oltretutto impregnata di minimalismo rivendicativo e soprattutto non lega la battaglia contro il decreto Salvini a quella contro il governo pentastellato e fascio leghista su cui non si dice una parola. L’attitudine divisionista, prepotente e contrapposta ai processi di autorganizzazione dei vertici di Usb non è nuova e non ci stupisce.
Ma c’è un fatto ancora più grave che vogliamo denunciare. La direzione di Usb appoggia esplicitamente il criminale dittatore siriano Assad: questo per noi è incompatibile con l'essere solidali e antirazzisti. Ricordiamo che la direzione di Usb si è addirittura recata a Damasco nel 2015 per manifestare il sostegno a questo regime criminale e stragista. A sostenere il sanguinario dittatore siriano si trovano in compagnia di CasaPound, Forza Nuova e dei peggiori reazionari. Per noi c'è un confine morale che non può essere valicato: non ci si può unire in nessuna iniziativa antirazzista con chi sostiene un bagno di sangue ed è responsabile morale dell'assassinio di migliaia di donne, bimbi e civili inermi. Cosa può dire la direzione di Usb ai profughi siriani fuggiti alla guerra e alle torture del regime di Bashar al Assad e dei neonazisti dell'Isis, cioè la tenaglia bellica e terrorista che ha strangolato la rivoluzione pacifica per la libertà delle popolazioni siriane?
Per tutte queste molteplici ragioni sul 15 dicembre c'è da fare chiarezza e riconoscere che c’è un discrimine morale ed etico, perché avallare le logiche e le pratiche burocratiche di questo mini apparato sindacale e tacere sulle sue alleanze con i nemici dell’umanità è dannoso per lo sviluppo di un autentico processo unitario solidale e antirazzista e conseguentemente al fianco dei popoli che lottano contro tutte le oppressioni: per questo noi non parteciperemo.

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Siria, assassinati Raed Fares e Hammon Junaid

due voci libere

Venerdì scorso il giornalista Raed Fares e il suo collaboratore e amico Hammod Junaid sono stati barbaramente uccisi nel pieno centro di Kafranbel da un commando di sicari, probabilmente per ordine del massacratore di Damasco. Ci uniamo nel dolore a tutti coloro che li hanno conosciuti e amati direttamente o attraverso la loro coraggiosa opera.
Sin dai giorni rivoluzionari del 2011, la voce di Raed contro la dittatura si è fatta sentire nel mondo attraverso i messaggi scritti sugli striscioni che hanno reso popolare questa cittadina della provincia di Idlib (più volte pubblicati anche dalla versione cartacea di questa testata); successivamente ha fondato e diretto Radio Fresh. Con la sua ironia e con il sentimento incrollabile nei valori della rivoluzione, Raed ha lottato contro Assad e contro i mostri qaedisti e dell’Isis. Perciò aveva già sofferto arresti e attentati dagli uni e dagli altri ma si è sempre rifiutato di lasciare il paese e vi è anzi ritornato anche dopo aver viaggiato all’estero.
L’esecuzione di Raed e Hammod è una grave perdita per tutti coloro che amano la libertà. Il terrore selettivo si unisce e si combina a quello generalizzato contro la popolazione in una guerra feroce che ancora continua. La rivoluzione è stata sconfitta in un bagno di sangue solo grazie all’intervento di eserciti stranieri (Russia e Iran) e al silenzio/assenso di tutte le altre grandi potenze. Eppure il suo messaggio è stato e resta così radicale che il regime sente il bisogno di vendicarsi anche contro chi ha combattuto avendo come unica arma la propria voce. Motivo di più per mantenere alta la denuncia del massacro in corso, la memoria della rivoluzione, la riflessione sulle sue lezioni.

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le Ong di nuovo in mare

soccorso e accoglienza non si fermano

Una buona notizia: persone, associazioni e imbarcazioni impegnate nell’opera di salvataggio in mare non si fermano nonostante gli attacchi provenienti dallo Stato italiano e non solo. La Open Arms da Barcellona, la Mare Jonio da Reggio Calabria e la Sea Watch 3 dalle coste francesi sono partite per raggiungere le rotte dove spesso precarie imbarcazioni cariche di esseri umani sono affondate. Continueranno a salvare vite umane nonostante le minacce e i divieti del governo gialloverde e le ipocrisie dell’Unione europea.
Con inchieste giudiziarie pretestuose e con la chiusura dei porti, il governo ostacola la solidarietà e mette sotto accusa le associazioni di volontari. Esso spera di impedire gli sbarchi accordandosi affinché siano le autorità libiche a svolgere il lavoro sporco. È accaduto di nuovo proprio in questi giorni: un centinaio di persone sono state rispedite in Libia e costrette con la forza a scendere a terra, dove è molto concreto il rischio per la loro stessa vita.
Ecco perché in questi mesi “gli sbarchi sono diminuiti”: per gli accordi criminali che costringono tanti innocenti nelle carceri libiche e per le tragedie in mare che si moltiplicano anche a causa degli ostacoli posti a chi soccorre. Che le imbarcazioni dei volontari siano di nuovo in mare aperto è un motivo di speranza per molti di coloro che sono in cammino.

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Ong inquisite e una volontaria rapita

la solidarietà è sempre sotto attacco

L’ennesimo pretestuoso procedimento giudiziario contro la nave Aquarius, con l’accusa di aver smaltito in modo illegale i rifiuti presenti a bordo dopo le operazioni di salvataggio in mare, ed il rapimento in Kenia di Silvia Costanza Romano da parte dei criminali nazijihadisti somali di al Shaabab, sono due vicende molto differenti tra loro, ma hanno un tratto in comune: in entrambi i casi sotto attacco c’è la solidaretà.
Le Ong che operano nel Mediterraneo ormai da anni sono oggetto di inchieste, che si sono rivelate clamorosi buchi nell’acqua, per cercare di fermare la preziosa opera di soccorso che attuano nel mare nostrum. È una situazione che con il governo gialloverde e con Salvini ministro dell’Interno, ha raggiunto livelli parossistici: dopo la chiusura dei porti e le perquisizioni violente delle motovedette libiche, adesso si riapre il fronte giudiziario, come misura intimidatoria per fermare la solidarietà.
Su un altro piano da anni è altrettanto in corso un attacco, un attacco violento e criminale, assassino e terrorista, verso i tanti cooperanti e volontari che operano in zone di conflitto e/o dove sono più drammatiche le condizioni umane. È stato il caso di Emergency, di MSF, delle giovani cooperanti rapite in Siria, e oggi di Silvia Costanza Romano. Oggi al Shaabab, ieri l’Isis, i Taliban o al Qaeda: sono nemici dell’umanità che minacciano e colpiscono la vita di milioni di persone e che non esitano per questo ad accanirsi pure contro che sceglie di aiutarle e alleviarne le sofferenze.
Alla nave Aquarius e ai suoi volontari, a Silvia Costanza Romano – per la quale chiediamo immediatamente libertà – e ai suoi cari va la nostra più piena solidarietà.

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 • n. 328


dal 7 al 21 gennaio 2019


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