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Elezioni britanniche

Boris Johnson vince la Brexit ma perde (quasi) il Regno

Il partito conservatore britannico ha vinto le elezioni del 12 dicembre. La maggioranza assoluta parlamentare ratificherà quindi la Brexit negoziata con la UE il 17 ottobre scorso. Ma non si tratta di un trionfo. I Tories ottengono il 43% dei voti e 365 seggi, mentre il Labour Party il 32,2% e 213 seggi. Solo 200.000 voti in piú per Johnson rispetto a due anni fa mentre i laburisti ne perdono ben 2 milioni e 600mila. È quindi il crollo laburista, il peggior risultato dal 1935, la chiave della vittoria conservatrice.
Un elettorato stanco, che esprime una società divisa, confusa e purtroppo sensibile al populismo reazionario ha preferito la chiarezza di Johnson all’ambiguità di Corbyn. Si tratta tuttavia di un vittoria solo inglese. Johnson perde sia In Scozia, sia nel Galles sia nell’Irlanda del Nord. In Scozia la sconfitta è durissima: il Parito nazionale scozzese (SNP) conquista 48 seggi (35 nel 2017) mentre i Tories crollano fino a 6 seggi. E storico è anche il risultato irlandese con i partiti repubblicani, favorevoli all’unificazione con l’Eire e contrari alla Brexit, che per la prima volta hanno superato per numero di voti le forze unioniste.
La lenta agonia della politica democratica ci dice, nella sua culla britannica, che una vittoria elettorale non solo non risolve una crisi ma la trasforma in un problema d’ordine istituzionale ancora più serio. Nicole Sturgeon, leader del SNP, ha infatti annunciato un nuevo referendum per uscire dal Regno Unito. Un’aspirazione che crescerà, una volta realizzata la Brexit, anche nel territorio nord irlandese.

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Algeria

L’Hirak continua, le elezioni falliscono.

L’Hirak, il movimento di protesta popolare algerino, ribadisce il suo rifiuto alle elezioni farsa del regime e dà il suo particolare benvenuto al presidente eletto Abdelmadjid Tebboune. Una marea umana ha invaso infatti Algeri nel quarantaduesimo venerdí di protesta consecutivo. Ma le manifestazioni, soprattutto ad Algeri e nella Cabilia, si sono tenute durante tutta le settimana e persino ieri, giovedí 12 diciembre, giorno delle elezioni, per denunciarne l’imposizione da parte dell’esercito, con 5 candidati provenienti da un regime corrotto e screditato.
Si stima, mancano ancora dati ufficiali, che si sia recato alle urne meno del 40%. degli aventi diritto al voto. Un fallimento elettorale che delegittima sia il vincitore, un ex fedelissimo di Bouteflika, sia Gaid Salah, capo di stato maggiore, che ha imposto le urne e i candidati.
Il movimento popolare ha dichiarato la sua intenzione di proseguire la sua lotta pacifica e unitaria contro il “sistema” in nome della libertà e della dignità.

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Macron equipara l’antisionismo all’antisemitismo.

Il sionismo si erge sin dalle origini come un movimento coloniale che ha stabilito con Israele uno stato di apartheid dal 1948 con l’espropriazione e l’occupazione delle terre di Palestina. La guerra permanente è la conseguenza inevitabile della narrazione sionista della storia che proclama che “gli ebrei saranno per sempre perseguitati” e che occorre uno Stato che impone il terrore e insegna la paura: quindi una pistola più grande, un muro più alto, un checkpoint più umiliante per i palestinesi.
Il decreto che criminalizza l’antisionismo equiparandolo all’antisemitismo riguarda anche tutti i “criminali” come Marek Edelman, ebrei antisionisti del Bund, che si batterono contro il nazismo nella sollevazione del ghetto di Varsavia, negli altri ghetti e nei campi di sterminio: “non in nostro nome!” griderebbero oggi insieme ai 174 ebrei francesi che hanno firmato l’appello contro il decreto.
Al contrario, non mancano ferventi sionisti giudeofobi che si augurano che gli ebrei lascino l’Europa ed emigrino in Israele. Assimilare l’antisionismo all’antisemitismo è una menzogna strumentale, per mettere a tacere i crimini di Israele e chiunque si opponga ad essi. È una impostura antiumana perché nega un futuro possibile - seppure difficile - in cui tutti, compresi palestinesi ed ebrei israeliani, possano convivere liberamente in comunità umane solidali.

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Il sentimento delle sardine per la vita

C’è qualcosa di nuovo nell’aria che si respira in queste piazze dove ci ritroviamo. Qualcosa di irriducibile ai movimenti tradizionali, ai vecchi schemi, a qualsiasi calcolo politico.

Siamo persone differenti per storia, per età, per idee che si riuniscono senza rinunciare alla propria individualità, si relazionano, si riconoscono assieme e positivamente umani.

È iniziale ma proprio perciò è importante, va coltivata pazientemente questa riscoperta delle nostre soggettività e la forza gentile e creativa che può rappresentare.

Le emozioni che sentiamo, l’empatia che ci anima, la simpatia reciproca che avvertiamo rimandano a un pensiero più profondo. Un pensiero che ci sospinge e merita di essere elaborato: è il sentimento per la vita, e per una vita che può migliorare se sappiamo riscoprirne i valori più intimi e profondi.

Il valore della conoscenza e della sincerità, dell’ascolto e dell’attenzione, della generosità e del dono, dell’accoglienza e della solidarietà, della libertà nostra ed altrui e del rispetto, dei beni comuni materiali e morali, della bellezza di ciascuna e ciascuno, della giustizia e dell’equità, della verità possibile sempre da ricercare.

Perciò ripudiamo l’odio, la violenza, le falsità, la cattiveria, il risentimento, il maschilismo e il razzismo che infestano la società alimentati dalla Lega e dai suoi alleati.

27/11/2019

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scarica qui il volantino impaginato

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Manifesto-denuncia

Chi è contro le femministe?

I maschilisti che insultano e molestano le donne.
Gli uomini violenti che picchiano e uccidono.
Gli Stati e le istituzioni religiose che ostacolano la libertà di scelta.
I tribunali che colpevolizzano le vittime e assolvono gli stupratori.
Le patriarcaliste, attiviste reazionarie mascherate da (trans)femministe, che sostengono l’inesistenza delle donne stesse e negano la natura umana, propagandano la prostituzione e l’utero in affitto, difendono il burqa, l’infibulazione e persino il terrorismo come pratiche culturali da rispettare.
Nell’ultimo anno, in nome di queste aberrazioni, hanno aggredito intellettuali e scrittrici femministe impegnate nella denuncia delle pseudo-teorie queer/gender: Rachel Moran è stata coperta di insulti durante la presentazione del suo libro Stupro a pagamento a Roma, Sylviane Agacinski e Germaine Greer sono state costrette ad annullare le loro conferenze a Bordeaux e a Cardiff a causa delle minacce ricevute, Julie Bindel è stata attaccata fisicamente da un’attivista trans all’università di Philadelphia e l’elenco non si ferma qui.
Per quasi due secoli le femministe hanno lottato perché le donne fossero riconosciute nella loro interezza umana e per poter esprimere le proprie idee. Oggi c’è chi in nome del “transfemminismo” minaccia, aggredisce e fa la guerra alle femministe difendendo posizioni direttamente patriarcali.
Difendiamo la libertà di parola delle femministe e delle donne così come difendiamo la libertà di tutte e tutti di cercare la propria identità e vivere liberamente la propria sentimentalità e sessualità.
Contro maschilismo e patriarcato, contro la violenza, l’inganno e la censura “transfemminista” ci battiamo per la vita, la dignità e la libertà delle donne a beneficio dell’umanità tutta.
Questo è l’impegno che abbiamo intrapreso, non da ora: per un femminismo umanista e radicale che migliori la vita fin da subito.

Rete Nazionale dei Collettivi Dipende da noi Donne

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