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A braccia aperte

 

Abbiamo intervistato Riccardo Gatti, comandante e capomissione della Ong spagnola Open Arms in sosta nel porto di Napoli per alcuni giorni per far conoscere alla popolazione locale il lavoro importante di questa associazione.

 
Siete impegnati da tempo per l’accoglienza di migliaia di persone e per la solidarietà, valore fondamentale, attualmente sotto attacco a causa dell’operato di questo governo ma anche a causa di politiche respingenti di altri paesi dell’Unione Europea. Che sta accadendo?
 
Purtroppo la situazione attuale è veramente negativa, perché la solidarietà, che non dovrebbe essere neanche un valore, ma dovrebbe essere qualcosa di normale, un modo stesso di vivere – essere non solidali dovrebbe essere qualcosa di vergognoso – è sotto attacco sempre ed anche la povertà lo è. Viene attaccata qualsiasi difesa dei diritti delle persone, dei diritti umani e dei diritti costituzionali; vengono calpestati e perciò la situazione è grave. Però la cosa più importante è un’altra: mentre fanno tanto rumore le grida dei vari neofascisti, degli xenofobi, dei populisti, della gente di estrema destra, degli omofobi e dei razzisti, c’è una base di società civile che, senza fare tanto rumore, continua ad andare avanti, a far migliorare, in un contesto veramente difficile, tutto ciò che può essere migliorato. La riprova è che la nave è qui: si muove grazie ai soldi donati: quasi il 100% di tutto quello che abbiamo viene da donazioni; si gestisce nella stragrande maggioranza grazie ad azioni volontarie, come per esempio sta facendo adesso Fabio (volontario dell’A3f, n.d.a.). La nave è qui nel porto di Napoli perché ci è stato richiesto e perché abbiamo ricevuto aiuto e appoggio dal Comune di Napoli e non solo: alcuni volontarie, gente della città, ci stanno dando una mano. Attualmente la nave è piena di visitatori che cercano di capire, di vedere quello che facciamo: ci rendiamo conto che è questo quello che vogliono. Perciò c’è questa distonia, che è una cosa molto importante: sono sicuro che ciò farà sì che nel tempo si sgonfino e decadano le azioni contro la solidarietà. L’unica cosa che si potrà fare, sarà ritornare a riprendere in mano i diritti e la libertà.
 
Com’è la situazione nel Mediterraneo?
 
La situazione è molto grave: ci sono persone che stanno morendo in tutte le zone del Mediterraneo; vengono ritirate le imbarcazioni di soccorso sia istituzionali che indipendenti così come gli osservatori internazionali indipendenti, quali sono le Ong, per esempio. Così le persone vengono mandate a morire perché,  pur sapendo qual è la condizione, si fa di tutto per evitare che ricevano un appoggio che sarebbe loro dovuto in virtù dei diritti, anzitutto del diritto alla vita.
Le navi che cercano di prestare soccorso senza chiedere assolutamente niente ai governi vengono, non solo criminalizzate, ma praticamente bloccate. Ci sono persone che muoiono: ieri ne sono morte 22, oggi ci sono 80 persone alla deriva. Lo sappiamo perché sono state avvistate da un aereo di un Ong che non può fare nient’altro che testimoniare che la Sea Watch 3 è bloccata e non le condedono di sbarcare in un porto. Altre navi sono ferme e noi abbiamo una minaccia di multa fino a 900.000 euro se dovessimo soccorrere. Questa è la situazione nel Mediterraneo centrale: è gravissimo e inaccettabile. Non solo, si stanno creando le condizioni per cui le persone, i cittadini e le cittadine, arrivino ad accettare questo. Ciò significa che la manipolazione delle idee e delle persone italiane, è arrivata ad un livello molto elevato. La narrazione della realtà è totalmente falsa, da parte dei rappresentanti del governo. Ciò è molto grave e va a discapito delle stesse condizioni della società italiana, per esempio, e delle altre società europee. È qualcosa di veramente criminale.,
 
Abbiamo marciato insieme nell’importante manifestazione antirazzista del 10 novembre, dal cui sviluppo è nato il Forum Indivisibili & Solidali. A proposito di questo, è possibile che possa crescere qualcosa di diverso?
 
Credo di sì. Lo sforzo grande è continuare a raccontare quello che sta succedendo, esserci, informare, far girare la voce, interessarsi, mettere in atto azioni dirette e soprattutto coinvolgere. È come una palla di neve. Questa nave è qua: questo è qualcosa di impensabile tre o quattro anni fa,  quando i primi volontari sono andati in Grecia, a Lesbo, come tanti altri. Le azioni dirette, il dire di No,  pretendere la difesa dei diritti di tutti, è qualcosa che stravolge il discorso egemonico ma realmente è talmente naturale che poi porta i suoi frutti. Evidentemente adesso lo sforzo è grande, perché è permanente, totale, giorno dopo giorno, ma alla fine è soprattutto un atteggiamento vitale, è semplicemente decidere come vivere. Questo ci porta a trovare un germe di libertà, in un momento in cui le libertà vengono sempre più negate.
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Arabia saudita

omicidi di Stato

 
Murtaja Qureiris ha compiuto 18 anni in carcere e ora i giudici hanno chiesto per lui la pena di morte. Il giovane è stato arrestato quando di anni ne aveva appena 13; l’accusa di terrorismo fa riferimento ad un episodio ancora precedente: a 10 anni Murtaja ha animato un piccolo corteo di bambini in bicicletta che scandivano “il popolo chiede diritti umani”.* Era il 2011, anno di speranze e di germogli di rivoluzione in tutto il Medio oriente. I carcerieri lo hanno tenuto in isolamento per 15 mesi e lo hanno torturato; ciononostante non sono riusciti ad accusarlo di alcun fatto di sangue, solo di “sedizione”. Uniamo la nostra voce in difesa della vita di Murtaja, per fermare il barbaro assassinio che si prospetta.
L’allucinante e feroce accanimento di Stato contro un bambino, oggi divenuto un giovane adulto, fa inorridire ma non stupisce. La reazionaria monarchia saudita non teme paragoni per la sua ferocia: è il secondo Stato al mondo dopo l’Iran per numero di condanne a morte comminate. È la principale responsabile di quattro anni di guerra in Yemen: i suoi raid aerei hanno colpito ospedali, scuole, strade, fonti idriche causando decine di migliaia di vittime tra cui tantissimi bambini. Appena una settimana fa, ha dato il via libera al massacro compiuto dai militari sudanesi contro manifestanti pacifici. È il primo importatore di armi al mondo (di provenienza anche italiana). Allo stesso tempo, l'Arabia saudita è alleata e affidabile partner delle principali democrazie, dagli Stati uniti all’Europa.
 
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Sudan

No alla repressione, solidarietà con i manifestanti

Lunedì 3 giugno i militari hanno compiuto un efferato massacro nel pieno centro di Khartoum: sono almeno 35 le vittime, centinaia i feriti. Hanno così dato seguito alle minacce dei giorni precedenti, assaltando il sit-in permanente a cui da settimane partecipavano migliaia di manifestanti, chiudendo le vie di fuga e sparando all’impazzata. Siamo al fianco delle vittime, dei loro compagni e dei loro cari; siamo vicini a chi sta soffrendo per la repressione e solidali con chi ha avuto il coraggio di sfidare il regime; sosteniamo le sacrosante aspirazioni di libertà che hanno motivato tante donne, giovani e gente comune sudanesi sin dallo scorso dicembre a contestare la trentennale dittatura del sanguinario al Bashir e, dopo aver ottenuto la sua destituzione, a voler mettere fine ad un regime brutale che si regge su un esercito spietato e sanguinario.

Mentre i mezzi di informazione in gran parte tacciono vergognosamente sulle gravi vicende sudanesi, è tanto più importante schierarsi e condannare l’efferata violenza del Consiglio militare transitorio. Questa banda di assassini, già protagonisti organici del regime genocida di Bashir, non intende cedere il potere. Per settimane ha condotto trattative con le associazioni e con i manifestanti con l’obiettivo di sfiancarle e di ricompattarsi al suo interno. Appena ottenuto il segnale verde dai propri padrini e finanziatori internazionali – i regimi oppressivi e liberticidi di Egitto, Arabia saudita ed Emirati arabi uniti – la giunta ha scatenato la più violenta repressione e il terrore. All’indomani della strage i raggruppamenti di opposizione hanno chiamato alla mobilitazione generale, mentre l’efferatezza della repressione costringe la diplomazia internazionale e i mezzi di informazione ad esprimere qualche blanda e tardiva condanna.

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Arte solidale di dissentire

Domenica 2 giugno pomeriggio si è svolta a Nettuno una performance artistica di dissenso alla venuta, in contemporanea ma in un'altra piazza, di Matteo Salvini. Le persone che hanno partecipato, più di un centinaio, erano animate da uno spirito di solidarietà con i fratelli e le sorelle immigrate, profughi da paesi in guerra o martoriati dalla fame, che cercano una speranza di vita in Europa ma spesso trovano sofferenza e morte tra le acque del Mediterraneo. Questo si è voluto rappresentare oltre naturalmente alla condanna delle politiche di "sicurezza", disumane e razziste del governo, per rispondere e non soccombere al clima repressivo e intimidatorio alimentato dal ministro degli Interni.

Il pittore Leonardo Leonardi ha dipinto dal vivo una tela raffigurante il mare aperto, attraversato da un gommone, sulla quale i partecipanti all'evento hanno impresso le proprie mani dopo averle intinte nel colore. Intorno al dipinto è stata posta, in circolo, una rete rossa, sulla quale le persone hanno adagiato una barchetta di carta con su scritto un loro pensiero, a completare l'opera iniziata con un manifesto letto da un componente di ogni associazione: "L'opera dissente da chi semina odio e istiga alla violenza; vuole essere un invito ad unirsi alla bellezza; nasce dal dissenso costruttivo e cresce nel cuore di chi sa accogliere, rispettando ogni forma di diversità...". Dopo la performance i partecipanti si sono recati in gruppo nei pressi dell'altra piazza, ormai abbandonata da Salvini a comizio concluso, con lo striscione "Restiamo umani".

L'iniziativa è stata organizzata da alcune associazioni della zona, quali Amistad Lab, Core Rete Solidale, Atletico Pop United, Associazione di Resistenza Culturale Baraonda, La Dolce Vita Cineclub, Teatro Finestra di Aprilia, ANPI, Alzaia, Comitato dell'Acqua Pubblica ed alcune organizzazioni politiche locali, Rifondazione Comunista e APA (Alternativa per Anzio). In Piazza S. Giovanni erano presenti anche La Comune, Libera ed alcuni esponenti del Partito democratico con il candidato sindaco Marchiafava.

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Giovane donna uccisa in Bangladesh

Con Nusrat contro la violenza assassina

      
Nusrat Jahan Rafi, una giovane di 19 anni, all’inizio di aprile è stata bruciata viva sul tetto della scuola coranica di Feni, una località nel sud est del Bangladesh, da un gruppo di uomini a volto coperto – alcuni studenti e politici locali – perché aveva coraggiosamente denunciato il preside di averla molestata. L’uomo è finito in carcere ma da qui ha organizzato l’assassinio della giovane che è stata attirata sul tetto della scuola per farle ritrattare le accuse e i suoi assassini hanno poi tentato di far apparire la sua morte come un suicidio. Nusrat è riuscita a raccontare cosa le era accaduto e  almeno 15 di loro adesso sono in carcere. La sua morte ha suscitato in tutto il paese manifestazioni di protesta e richieste di giustizia, facendo emergere le molestie e le violenze contro le donne nelle scuole coraniche: nel solo mese di aprile sono state tre le studentesse uccise e sette le giovani stuprate nelle madrasse (le scuole coraniche), dove il 70% degli insegnanti sono uomini, nonostante il ministero dell’Istruzione preveda la presenza di sole insegnanti donne. Nello scorso anno, in tutto il Bangladesh, sono state registrate almeno 950 denunce per stupro e questi sono solo dati che restituiscono parzialmente ciò che accade, perché solo il 3% dei processi si conclude con una condanna.
Nusrat non si è arresa nemmeno di fronte all’ufficiale di polizia che, nel registrare la sua denuncia ha minimizzato l’accaduto, l’ha filmata illegalmente e poi ha diffuso il video su internet, mettendo in pericolo la sua vita. Il coraggio nel denunciare il preside molestatore (probabile violentatore seriale!), la sua forza e la determinazione con cui non si è fatta intimorire stanno scuotendo tante donne che, tra aprile e maggio hanno manifestato denunciando le violenze, le molestie e chiedendo giustizia per Nusrat.