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AdessoLaStoria


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L’Aquarius approda,
ma non c’è pace per i profughi

Dopo due giorni in mare i 141 naufraghi raccolti dall’Aquarius possono ora approdare a Malta. Di qui saranno, come si dice nel gergo burocratico, “ridistribuiti” per l’Europa. Quest’ennesima vicenda è un’ulteriore manifestazione della disumanità di Stati e governi a cui assistiamo ogni volta che vengono salvate delle persone in mare. Le Ong che s’impegnano a salvare le vite invece di avere sostegno si trovano al centro di un continuo braccio di ferro tra gli Stati europei sulla destinazione delle persone salvate. Cominciando dai proclami del razzista Salvini che, di fatto, chiude i porti italiani, a cui seguono i rimpalli di responsabilità con Malta, mentre lo Stato criminale libico è stato addirittura abilitato a coordinare i soccorsi, nonostante da tutti i trattati internazionali, e per evidenti ragioni, i suoi porti siano stati dichiarati non “sicuri”. Così avviene che persone bisognose, che si muovono tra la vita e la morte, viaggiando in mare per cercare rifugio, diventano merce di pressioni e di scambi politici, causa di tanti morti, come ha denunciato l’Ong spagnola Open Arms qualche mese fa. Anche il coordinatore di Aqaurius denuncia che sono oltre 700 le persone morte nell’ultimo mese in mare. Tra omissioni di soccorso, attacchi alle Ong (due navi sono tuttora ferme a Malta per questioni legate ad inchieste burocratiche), la mancanza di aiuto da parte di mercantili e pescherecci civili, preoccupati di finire in queste dispute tra Stati, si consuma una vera e propria guerra contro profughi e immigrati. Alcuni giusti proclami da parte di sindaci più sensibili per aprire i porti non possono avere seguito visti i rapporti di forza istituzionali. C’è bisogno di un impegno battente e permanente di unione e solidarietà tra la gente per fermare questa barbarie.

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Genova, ancora una strage annunciata

Uniamoci per reagire
e difendere insieme la vita

Un ponte autostradale lungo più di un chilometro, alto fino a 200 metri, è crollato all’improvviso in piena città. Ancora incerto il numero delle vittime e dei feriti: decine le auto precipitate, decine le persone ancora sotto le macerie … Ci stringiamo a chi è stato colpito direttamente dalla tragedia, agli abitanti dei quartieri che sono stati danneggiati e sgomberati per il rischio di fughe di gas ed esplosioni. Ma è tutta Genova che sta vivendo una tragedia senza precedenti , ancora una volta “annunciata” perché la struttura necessitava di manutenzione permanente (sin dalla sua costruzione avvenuta nel 1967), evidentemente inefficaci a garantirne la sicurezza. Una tragedia che si è consumata all’ombra delle logiche politiche ed economiche del “progresso ad ogni costo”, cioè a costo della vita delle persone e della tutela dell’ambiente. Le stesse logiche che ancora imperversano quando si tratta di lucrare sulla distruzione del territorio come avviene per la Gronda, la Tav e il Terzo Valico (le grandi opere che interessano la stessa zona). Logiche sempre più ciniche che purtroppo hanno intossicato tanta parte della popolazione che ha accettato le devastazioni, pur essendone a sua volta vittima, arrivando così a convivere con vere e proprie “bombe” (come i depositi dell’oleodotto Iplom) vicine alle proprie case.

È un ennesimo esempio di come la nostra vita nelle città sia a rischio costante e crescente. Tutto ciò può lasciare atterriti, ciascuno solo e impotente di fronte alle immagini; persino chi finora si è mobilitato in difesa della vivibilità dei propri quartieri, rimanendo drammaticamente inascoltato.

Ma sappiamo anche quanto la vicinanza umana, la solidarietà, l’interessamento vicendevole e il darsi da fare in prima persona ci hanno permesso di fronteggiare altri terribili momenti. Anche oggi possiamo attingere a queste risorse, impegnative e non scontate, ma ben più credibili delle promesse dei politici e delle strumentalizzazioni. Per questo nei prossimi giorni ci impegneremo per raccogliere informazioni, esplorare e offrire strade di reazione comune. Teniamoci in contatto su questo sito e non solo (tel.3291880678)

14 agosto 2018, ore 19

La Comune Genova

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Alle porte la quarta guerra
contro la popolazione di Gaza

L’escalation è cominciata la scorsa notte, quando le forze armate israeliane hanno colpito "oltre 140 obiettivi di Hamas" con il risultato di decine di feriti e omicidi mirati contro i membri della brigata paramilitare al-Qassam. Le forze armate israeliane hanno dichiarato di essere pronte "ad una operazione" terrestre nella Striscia di Gaza dopo che ieri sera altri sei razzi hanno colpito la città di Sderot nel territorio israeliano. I margini per fermare l’escalation sembrano essere sempre più labili: da una parte il primo ministro Benjamin Netanyahu che cerca di sopravvivere politicamente alle inchieste giudiziarie che lo chiamano in causa giocando l’unica carta a sua disposizione: la presunta minaccia alla sicurezza di Israele. Dall’altra parte Hamas che con il lancio di missili sul territorio israeliano e con la carta della resistenza armata cieca e inutile cerca una nuova legittimazione indirizzando contro l’occupante la rabbia e la mortificazione di una popolazione sempre più ridotta allo stremo. La popolazione di Gaza – verso il quale rinnoviamo la nostra solidarietà – è ostaggio dei due nemici che, sebbene non equiparabili, praticano una analoga logica di guerra e di uccidibilità, di terrore e di violenza. Le vittime innocenti della spirale di guerra sono sempre le donne e i bambini ma anche i giovani palestinesi incitati al suicidio quotidiano. I rapidi passi di questa ennesima spirale di guerra possono essere interrotti. Sottraendosi alla propaganda e alla logica di guerra e di vendetta e ricercando un compromesso umano che seppur difficile non è impossibile, ripensando alla propria storia e a quella altrui, immedesimandosi non nelle paure ma nelle speranze umane comuni, rifiutandosi di consegnare la propria vita nelle mani della politica criminale dell’una e dell’altra parte.

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Argentina, sconfitto in Parlamento l’aborto legale

Ma la lotta delle donne non si ferma

 

Dopo una lunga giornata di dibattito parlamentare, il Senato ha respinto il progetto di legge di interruzione volontaria della gravidanza che contemplava il diritto per ogni donna di sottoporsi gratuitamente ad un aborto in ospedale.

Nelle stesse ore quasi due milioni di donne si sono raccolte per strada in un enorme presidio in attesa dei risultati del voto, la stragrande maggioranza in sostegno al progetto. Le stesse donne che da mesi si stanno mobilitando per il diritto di decidere, dando vita a un movimento inedito nel paese. Il respingimento parlamentare del progetto, grazie ai voti di quasi tutti gli schieramenti politici, è stato promosso da una forte campagna della Chiesa cattolica , inaugurata da papa Francesco e dai settori evangelici.

La storica alleanza antifemminile tra Stato e Chiesa ha registrato una vittoria. Ma come hanno affermato le compagne del Círculo de Amigas Feministas in Argentina (circulodeamigasfeministas.blogspot.com): “Noi donne siamo autrici di opere di lunga lena e di carattere affermativo, a cominciare da quella di dare, accudire e progettare la vita di tutta la specie da quando nasciamo.Se nella lotta per il diritto all’aborto legale siamo arrivate fin qui, è perché abbiamo fatto prevalere, con pazienza e tenacia, la fiducia in noi stesse. Perché abbiamo rafforzato la nostra coscienza e scelto di lottare per la nostra libertà insieme ad altre donne, perché cominciamo a scegliere la solidarietà femminile diversamente da coloro che scelgono la complicità e la sottomissione. Questa è la trasformazione immediata, concreta e più radicale a cui stiamo dando vita, la base della nostra forza. Stiamo scoprendo quello di cui siamo capaci di essere e di realizzare insieme. Identificare e coltivare questo cammino di protagonismo diretto e solidale, che non può essere delegato, è la nostra migliore risorsa. Abbiamo cominciato a vivere più liberamente, vogliamo continuare questo percorso per consolidarlo e conquistare il nostro diritto a decidere.”

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strage di immigrati a Foggia

la nuova schiavitù uccide, l’ipocrisia pure

Tra sabato 4 e lunedì 6 agosto in due incidenti stradali analoghi sono morti 16 immigrati africani che lavoravano come braccianti agricoli nelle campagne in provincia di Foggia. Erano stipati in autoveicoli malridotti che li riportavano nelle bidonville ove alloggiano durante la stagione della raccolta dei pomodori. I feriti hanno avuto difficoltà a trovare posto negli ospedali della zona.

Sono le ultime vittime di una nuova forma di schiavitù, a cui contribuisce il caporalato, diffusa nelle campagne italiane, che permette profitti a pochi e terribili sofferenze ai più e oggi si acutizza nell’intreccio col razzismo dilagante.

Esprimiamo la solidarietà più sincera ai compagni di lavoro delle vittime e ai loro cari, ci schieriamo con le manifestazioni che si sono svolte nei luoghi della strage e nello stesso tempo denunciamo le insopportabili ipocrisie e le menzogne che da più parti si sono espresse in questi giorni. Infatti ad uccidere è stata una nuova e antica forma di schiavitù ben nota, funzionale e integrata nel meccanismo economico dello sfruttamento dei braccianti: lo stesso caporalato e le organizzazioni criminali sono pienamente parte del tessuto politico e imprenditoriale. E mentre l’attuale governo, lo Stato e le sue istituzioni razziste diffondono odio ed espongono immigrati e profughi a crescenti discriminazioni, offese e violenze quando arrivano in Italia o li fanno morire in mare e torturare nei lager in Libia, il Senato celebra un minuto di silenzio per le vittime, le istituzioni tutte promettono di far “guerra” al caporalato, il ministro degli Interni, il fascioleghista Salvini può permettersi di incontrare i compagni di lavoro delle vittime insieme al suo premier Conte e di dir loro: “Aiutiamoci reciprocamente”. La demo-ipocrisia e le menzogne servono a coprire le responsabilità, salvare la faccia e far sì che questa barbarie possa continuare impunemente.

Ultimo Numero

• n. 319


da 23 luglio
al 10 settembre 2018


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umanesimo
socialista
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