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In Emilia-Romagna la Lega perde le elezioni

Un passo contro la cattiveria

Il risultato delle elezioni in Emilia-Romagna è un sospiro di sollievo. Il truce Salvini aveva puntato forte per accaparrarsi la Regione e ne esce limpidamente sconfitto: Bonaccini, del PD, viene riconfermato con il 51,4% dei voti mentre la Borgonzoni, il volto della Lega in regione, si ferma al 43,6%. I giornali nostrani, che hanno tutti avvallato l’intento di Salvini di dare valenza nazionale a queste elezioni amministrative, ora si concentrano a fare gli alchimisti sulle conseguenze governative ignorando ciò che si muove fuori dalle urne.
Certo, le elezioni, è bene sempre ribadirlo, sono uno specchio distorto della realtà: non vanno né drammatizzate né esaltate. Eppure, in questa batosta della Lega possiamo intravedere un passo in avanti per contrarrestare cattiveria e miseria morale di cui Salvini e soci sono stati espressione così volgare in questa campagna elettorale.
Apprezziamo l’atteggiamento delle sardine, che pur avendo giocato un ruolo importante anche su questo voto si stanno saggiamente svincolando dalle tribune politiche. I momenti delle Sardine hanno infatti, ridato speranza e fiducia a tanti e probabilmente hanno inciso significativamente sulla partecipazione al voto (l’affluenza è stata quasi del 70%) che ha permesso il prevalere delle forze politiche meno regressive.
Sappiamo bene che la strada è lunga e per quanto ci riguarda non abbiamo nessuna illusione nella politica, ma l’egoismo e l’odio verso l’altro non sono così forti come poteva sembrare. Si sta aprendo un momento nuovo: la gente comune si sta interrogando su quali valori contano sul serio, su come essere e agire insieme diversamente. Tutto questo ha bisogno di essere coltivato, di continuità, di incontro e di dialogo, può motivare la possibilità di sperimentare nuove strade di un impegno schierato, fiducioso e felice, finalizzato a migliorare assieme le nostre vite.

27 gennaio 2020

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Manifestazioni in Iran contro il regime

Terzo giorno di protesta in Iran. In migliaia sfidano con coraggio la repressione e denunciano l’abbattimento dell’aereo ucraino l’8 gennaio, esprimendo il loro cordoglio per le 176 vittime e condannando la logica criminale e le bugie del regime teocratico su quanto avvenuto. Molti scendono in piazza dopo 10 anni, altri lo avevano già fatto nel 2017 e nel novembre scorso.
Esprimiamo la nostra vicinanza a chi ha perso i propri cari – vittime innocenti dello scontro tra Trump e Khamenei – e la nostra solidarietà ai protagonisti di queste mobilitazioni. Cosí come ai giovani che in Iraq continuano a chiedere il ritiro di tutte le truppe straniere di occupazione. L’appoggio verbale e ipocrita di Trump a queste proteste, invece, serve solo a giustificarne la repressione, cosí come l’assassinio terrorista di Soleimani, da lui ordinato, era servito a Alí Khamenei e soci per convocare le manifestazioni moltitudinarie in appoggio al regime.
Trump e Khamenei sono nemici che però condividono una logica bellicista, oppressiva e terrorista contrapposta alla gente comune, nella variante democratica il primo e in quella teocratica il secondo.
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SARDINE PER LA PACE

Tornare nelle piazze e incontrarsi ancora fra persone di sinistra, antirazziste e antifasciste, ricercare la positività e unirsi contro le logiche dell’odio: tutto ciò ci dà speranza.

A maggior ragione considerando ciò che si sta scatenando in Medio Oriente e nel mondo e che rafforza ancora di più l’esigenza di contrastare il truce Salvini e abolire i decreti sicurezza accogliendo fratelli e sorelle che scappano dalle guerre.

Bisogna, però, andare più in profondità: ok votare candidati antirazzisti ma è il momento di guardare al mondo e schierarsi per la pace perché lottare contro l’odio significa anche lottare contro le guerre e il terrorismo degli Stati.

È fondamentale ampliare lo sguardo e rispecchiarsi nelle esigenze di libertà e autodeterminazione della gente in Medio Oriente, ricordare chi ha dato vita in Egitto e in Siria alle rivoluzioni della gente comune per la dignità, la pacificazione, la convivenza tra persone di diversi credo; scandalizzarsi e ribellarsi contro la prepotenza di Trump e le sue idiozie da presunto signore del mondo, contro il disprezzo della vita che esprimono gli Stati democratici e teocratici, schierarsi e far schierare, sensibilizzare e mobilitarsi per la pace e per il ritiro di tutte le truppe occupanti.

Ma soprattutto: credere nell’idea e sperimentare nella vita quotidiana la pacificazione fra le persone, inventare da protagonisti nuove forme aggregative durevoli che si basino sulle spinte umane più positive, sull’incontro e la conoscenza, la tolleranza, la solidarietà, l’amore per l’umanità e che imparino a convivere.

10 gennaio 2020

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Libia

La diplomazia armata

La guerra in Libia entra nella gestione di Putin e Erdogan. Patrocinatori militari delle principali fazioni in lotta, rispettivamente delle forze ribelli di Khalifa Haftar e del Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Sarraj, presidenti di Russia e Turchia hanno lanciato una proposta di tregua e stanno negoziando il futuro del territorio libico e delle sue risorse.
I contendenti-alleati vogliono così estendere nel Mediterraneo il modello che hanno sperimentato in Siria. Stanno così dimostrando la maggior efficacia dell’azione “diplomatica” basata sull’intervento militare diretto. Che il cuore della politica sia la guerra non è una novità e lo è sempre di più in questa epoca. Lo è l’uso disinvolto che ne fanno due regimi particolarmente autoritari che grazie a ció rubano spazio e inizitiva a una stanca e divisa Unione europea. Le vittime sono invece sempre le stesse: la popolazione libica sottoposta all’arbitrio delle milizie e, soprattutto, le persone inmigrate bloccate nell’inferno libico e per le quali dobbiamo esigere la libertá di movimento e un’accoglienza degna sulle coste europee.

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Scontro Usa-Iran

Si abbassano i toni, i pericoli rimangono

Dopo l’assassinio terrorista di Soleimani da parte degli Usa la rappresaglia del regime teocratico iraniano è stata di profilo relativamente basso: attacchi con missili a due basi in Irak con militari Usa, peritandosi di non fare vittime per evitare una escalation alla guerra aperta. Trump ha preso atto e reagisce con sanzioni economiche ma senza, per ora, ulteriori interventi militari.
I toni si abbassano, ma i pericoli di guerra rimangono tutti e per tutti/e noi. Perché l’Iran deve difendere il suo ruolo di aggressiva e reazionaria potenza politico-militare nella regione. Perché la criminale politica estera Usa è improvvisata e irrazionale, finalizzata da Trump a trarre profitto nella difficile situazione interna (vedi impeachment ed elezioni future). Perché entrambi i regimi rispondono ad una tendenza di questa fase storica: gli stati sono sempre più contro la gente, assassini e bellicisti; la politica - in crisi e decadenza - tende a ridursi al suo nocciolo duro, cioè la guerra. Ne hanno già fatto le spese dopo il 2011 le rivoluzioni della gente comune in Egitto e Siria. Oggi questi ulteriori rigurgiti di guerra li soffre chi mesi fa si è mobilitato nell’Iran stesso contro il regime reazionario, chi continua coraggiosamente a manifestare contro i regimi corrotti e assassini di Iraq e Libano. A loro e alle genti martoriate di questa area va la nostra solidarietà.

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dal 13 al 27 gennaio 2020


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