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Strage a Tripoli

Quanto vale la vita di un immigrato?

Strage impunita, tragedia annunciata. Mercoledì 3 giugno, alla periferia di Tripoli, il centro di detenzione per immigrati di Tajoura è stato bombardato: sono più di quaranta le vittime, oltre cento i feriti. Un crimine orribile che colpisce persone inermi già private della libertà a causa degli osceni accordi che l’Europa e l’Italia hanno stipulato con diversi attori libici per fermare a tutti i costi l’immigrazione. Persone partite dal Sudan, dall'Eritrea, dalla Somalia in cerca di un futuro migliore e perciò, solo perciò, incarcerate in zona di guerra, impossibilitate a fuggire, ora vittime di un bombardamento.
È probabile che la responsabilità diretta della strage ricada sul generale Haftar che da mesi assedia Tripoli ma l’elenco di complici, padrini, responsabili anche indiretti è lunghissimo. Al punto che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite non è neanche riuscito a mettersi d’accordo su una formale condanna dell’accaduto. Già due mesi fa il campo aveva subito un bombardamento che aveva causato due feriti e danneggiato il tetto; nessuno si è preoccupato di evacuare le persone lì detenute. A Tripoli c’è la guerra; altro che “porto sicuro” dove dovrebbero essere trasportate le persone soccorse in mare!
Mettiamoli in fila, i colpevoli di questa strage. Sono i signori della guerra libici, dal governo insediato a Tripoli fino al generale Haftar; sono i loro sostenitori internazionali, dalla Francia all’Egitto, dagli Stati uniti all’Arabia saudita; è l’Unione europea (con l’Italia in testa) che hanno sottoscritto accordi infami all’unico scopo di impedire agli immigrati l’approdo sulle coste settentrionali del Mediterraneo. Per tutti costoro, la vita di un immigrato non vale niente.

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Forum Indivisibili & solidali

Report dell'assemblea nazionale del 30 giugno

Domenica 30 giugno a Roma si è tenuta una nuova ‘tappa’ del percorso di #Indivisibili. In questi mesi, gli eventi hanno subito una ulteriore precipitazione, determinata dai provvedimenti decisi dal governo gialloverde. L’approvazione del primo Decreto Sicurezza e la produzione di nuovi dispositivi di disciplinamento, il susseguirsi di misure liberticide e autoritarie, hanno coinciso con i tentativi di fomentare la guerra tra poveri nei territori, di criminalizzare le pratiche di solidarietà e conflitto proprie dei movimenti sociali e di sgomberare le realtà sociali che le agiscono. In questo contesto, l’arresto di Carola Rackete avvenuto sulla base degli strumenti disposti dal Decreto Sicurezza Bis rappresenta un atto gravissimo: al tempo stesso la scelta della Capitana della nave Sea Watch di violare una legge palesemente ingiusta e disumana traduce in pratica la concreta possibilità della disobbedienza, che può trasformarsi in opposizione sociale dentro i territori contro gli ulteriori decreti e strumenti repressivi che verranno dispiegati nei prossimi mesi. Carola ora è libera poiché la Gip di Agrigento "non ha convalidato l'arresto, ritenendo che ha agito primariamente per salvare vite umane", di fatto sconfessando l’applicazione del decreto bis.
Per questa ragione, l’assemblea di Indivisibili e Solidali sostiene e rilancia la mobilitazione nazionale in opposizione all’approvazione del Decreto Sicurezza Bis, che costituisce un ulteriore passaggio nella guerra ai migranti e ai movimenti di opposizione sociale. In tale contesto si ritiene fondamentale intensificare le iniziative territoriali che giorno dopo giorno si diffondono e costruire processi di coordinamento e sincronizzazione per potenziarne l'efficacia.
L’assemblea ha inoltre assunto la necessità di convocare dopo l’estate un nuovo momento di discussione del Forum Indivisibili e Solidali, per sabato 14 settembre, che abbia all'ordine del giorno la ripresa delle iniziative per l'autunno e, in particolare, la costruzione di un momento assembleare dove sia possibile intrecciare i diversi percorsi di conflitto e di movimentazione sociale che si sono sviluppati in questi mesi in vista di una possibile manifestazione nazionale unitaria in opposizione al governo giallo-verde ed alle sue politiche liberticide e razziste.

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Carola Rackete è libera

Il diritto di salvare le vite

Carola Rackete è stata scarcerata: gran parte dele accuse rivoltele sono state smentite dal Gip. La capitana della Sea Watch 3, con il suo equipaggio, ha effettivamente operato in uno stato di necessità per salvare vite umane in pericolo in mezzo al mare. L'inumano trattamento a cui sono stati sottoposti i naufraghi, lasciati senza un porto sicuro per decine di giorni dal cinismo razzista del fascioleghista Salvini e del governo italiano, è stato svelato per quello che era: solo un bieco gioco politico da parte del ministro dell'interno. E le sue accuse e le sue minacce si sono rivelate prive di fondamento giuridico. La sua rabbia e il suo livore dopo la scarcerazione, la dicono lunga sulla frustrazione del maschio razzista sconfitto da una giovane donna solidale.
Ma quel che più conta è che il processo di criminalizzazione della solidarietà con questo provvedimento subisce una pesante battuta d'arresto. Viene sancito, in questo caso, il dirito a salvare vite e quindi ad operare in questo senso da parte delle Ong attive nel Mediterraneo, che, a fronte di accuse infamanti da parte della Lega e anche dei 5Stelle, continuano invece la loro preziosa opera in difesa della vita.
Continueremo a sostenere il loro operato e a impegnarci per l'accoglienza, la solidarietà umana e la difesa della vita di immigrati e immigrate in ogni occasione possibile. Il coraggio e la dignità di Carola sono un significativo esempio; la solidarietà di tanti e tante che l'hanno appoggiata un frutto prezioso da coltivare e far crescere. 

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Libertà immediata per Carola Rackete! 

Giù le mani dalla Sea Watch!

L’azione di Salvini e del governo Lega/5 Stelle contro la Sea Watch rappresenta un salto di qualità sul piano repressivo e militare. L’accanimento e il cinismo messi in atto esprimono il livello raggiunto dal razzismo politico e statale sotto il segno fascistoide del decreto sicurezza bis voluto da Salvini.
La posta in gioco è difendere concretamente la vita contro la logica di morte che viene codificata anche per decreto.
Salvare dei naufraghi in mare è diventato un reato. Salvare vite umane diventa un crimine.
Perciò è importante reagire e mobilitarsi. E’ importante farlo cercando la più ampia unità possibile come sta già avvenendo in tante località grandi e piccole con presidi e manifestazioni. In questo senso sono particolarmente importanti le iniziative a Catania e soprattutto la manifestazione unitaria di martedì 2 luglio indetta a Palermo.  
La Comune si sta impegnando a costruire le iniziative di mobilitazione per far crescere la reazione, il protagonismo e la coscienza della posta in gioco.
Condividiamo questo impegno con il Forum indivisibili & solidali  partecipando e sostenendo tutte le iniziative di solidarietà con l’equipaggio della Sea Watch. 
Nello stesso tempo l’assemblea del Forum indivisibili & solidali del 30 giugno ha deciso di verificare con altre realtà le possibilità di costruire assieme una manifestazione nazionale in autunno, ancora più ampia di quella dello scorso 10 novembre, contro il governo razzista e liberticida che attacca le libertà di tutte/i, dandosi un appuntamento per il 14 settembre a Roma.
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Sudan

Moltitudini per la libertà, la pace, la giustizia, un governo civile

E’ successo in tutto il Sudan: folle oceaniche di donne e uomini di ogni età, condizione sociale e provenienza etnica hanno riempito strade e piazze “per la libertà, la pace, la giustizia”, per il passaggio del potere a un “governo civile” e la fine della giunta militare, per un Sudan migliore per tutte e tutti. Doveva essere la “marcia del milione” ma probabilmente erano molti di più. Contemporaneamente, attorno alle comunità sudanesi della diaspora, si sono tenute manifestazioni di solidarietà in tutto il mondo.
Queste immense mobilitazioni hanno tanto più valore perché sono state realizzate malgrado ostacoli enormi: dopo la strage del 3 giugno a Khartoum, con uno stato d’assedio di fatto, una repressione costante, provocazioni di ogni tipo per fomentare violenze, il blocco delle connessioni internet e un contesto internazionale molto difficile con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto che sostengono con armi e soldi la giunta militare.
E’ difficile prevedere quali saranno i prossimi sviluppi con le forze del regime che anche ieri hanno ucciso almeno 8 persone e ne hanno ferite altre 180. Si può dire, però, che, se con l’attacco del 3 giugno al sit-in di Khartoum è stato colpito l’epicentro qualitativo e creativo del protagonismo della gente comune, non è stata spezzata però la sua forza primaria e diffusa. Quella che ha permesso, attraverso la vicinanza umana e l’impegno capillare di tanti, di dare vita alla straordinaria giornata di ieri.

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