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Cda2020

        

                           

             
al 17 febbraio            
abbiamo raccolto          

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Contro la violenza razzista e criminale

Solidarietà a Marcello Zuinisi e alla comunità Rom

Marcello Zuinisi, legale rappresentante dell’Associazione Nazione Rom e attivista antirazzista, nella sera di mercoledì 12 febbraio è stato vittima a Pontassieve di una violenta aggressione. All’esterno di un bar è stato vigliaccamente colpito alle spalle con un colpo alla testa. Stordito e sanguinante è riuscito a chiamare i carabinieri e un’autoambulanza che lo ha trasportato al pronto soccorso dove gli hanno riscontrato un trauma cranico. Questo grave episodio si lega ad una catena di aggressioni razziste e atti antisemiti accaduti negli ultimi giorni sul territorio  nazionale.

L’aggressore è lo stesso razzista e criminale autore di un attentato incendiario nel 2017 contro un presidio della comunità Rom, di minacce ripetute a donne e bambini Rom e responsabile di una precedente aggressione, sempre a Marcello Zuinisi, il 15 settembre 2018 dentro la stazione ferroviaria di Pontassieve dove, armato con una bottiglia di vetro, gridava "zingaro di merda, ti ho già bruciato tutto, ti ribrucio”.

Pur essendo stato denunciato e querelato più volte e in attesa di processi questo razzista nazistoide continua a circolare liberamente e a colpire persone inermi. È un pericolo per tutte le persone impegnate nella solidarietà antirazzista.

A Marcello Zuinisi e alla comunità Rom che sono anche parte del Forum indivisibili & solidali va la nostra piena solidarietà e vicinanza umana.

Ci rivolgiamo a tutte le associazioni, le forze e le persone solidali e antirazziste per reagire assieme ed unirci contro l’odio, la cattiveria e la violenza razzista in ragione della ricerca di una pacifica e positiva convivenza umana.

13 febbraio 2020 

La Comune

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Egitto

Libertà per Zaky e tutti i prigionieri politici

Patrick George Zaky, studente egiziano all’Università di Bologna, una volta tornato in Egitto è stato arrestato e torturato. Tuttora detenuto, il suo “delitto” è quello di essere un attivista per i diritti umani. La sua vicenda, così come 4 anni fa quella di Giulio Regeni, rivela drammaticamente quanto succede oggi in Egitto: 60.000 prigionieri politici spesso torturati, talvolta lasciati morire in carcere, repressione di stampa e giornalisti, persecuzione feroce di ogni dissenso. Il terrore di stato e la repressione sono direttamente proporzionali al timore che hanno al-Sisi e i suoi sgherri al potere: hanno sperimentato di cosa è capace la gente comune, protagonista della straordinaria rivoluzione di Piazza Tahrir del 2011 e della caduta di Mubarak, sanno che la società non è domata, come le recenti proteste a settembre dimostrano, come le coraggiose voci di dissenso tuttora testimoniano.
Schierati per la libertà di Zaky e di tutti i prigionieri politici, perché sia fatta verità e giustizia per Regeni e per tutte le vittime della repressione, denunciamo la demoipocrisia di stati e governi europei, italiano in testa: i rapporti politico-economici tra Egitto e Italia sono eccellenti, anzi proprio negli anni successivi all’assassinio di Regeni è cresciuto l’import-export tra i due paesi (ENI docet). D’altronde, cosa aspettarsi dallo stato delle stragi impunite degli ultimi 50 anni? O dagli stati europei sinora complici silenziosi del massacro dei popoli della Siria? 

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Siria

Con la gente di Idlib contro l’invasione di Assad

A Idlib, la regione nel nord-ovest della Siria dove sono rifugiati oltre 3 milioni e mezzo di persone in fuga da Assad, l’emergenza è ormai estrema. E’ iniziata l’occupazione delle truppe del regime, sostenute da quelle russe e iraniane, causando la morte di centinaia di civili, provocando distruzioni e oltre 600.000 sfollati solo tra dicembre e gennaio. La popolazione, giá sottomessa all’essedio del regime e alla repressione interna della forza jihadista Hayat Tahrir al Sham, si sta concentrando verso la frontiera turca, in precarie condizioni materiali e sanitarie.
Dalle associazioni e sindacati di Idlib giunge un appello internazionale per proteggere la popolazione civile. Denunciano il regime di Assad come illegittimo e l’invasione delle forze russe e iraniane, rivendicando il loro diritto a resistere all’occupazione. E’ un messaggio da raccogliere. Alle donne e agli uomini della Siria va riconosciuta la loro dignità e il loro diritto alla vita, alla libertà e al futuro.

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Milano

In difesa del parco Bassini

La protesta per difendere il parco del campus Bassini, unico polmone verde rimasto nella Città-studi di MIlano, è iniziata a fine ottobre 2019 con la petizione promossa da una profesoressa, Arianna Azzelino, contro la costruzione di un nuovo edificio del dipartimento di chimica del Politecnico di Milano. Nel progetto di cinque anni fa l’edificio doveva essere costruito nell’area occupata dal reattore nucleare L-54 del Politecnico, dismesso da decenni e ancora non bonificato.
Sono seguite diverse iniziative e presidi promossi da studenti, docenti e residenti riuniti nel comitato “Salviamo il parco Bassini” che per due mesi hanno fermato il taglio degli alberi. Nonostante le promesse fasulle del Comune di Milano, in particolare dell’assessore Maran, all'alba del 2 gennaio scorso si è proceduto all’abbattimento di 35 piante ad alto fusto (su 57 che ce n'erano) per ordine del Politecnico, permesso anche da un ingente dispiegamento di forze dell’ordine all’interno dell’università.
il comitato non si è arreso e ha promosso una manifestazione il 9 gennaio ed un presidio il 1 febbraio con centinaia di persone per chiedere che quell’area rimanga verde, nonostante i danni subiti e che le piante rimaste non vengano trasferite altrove, peraltro attraverso un procedimento molto costoso che non garantisce alle piante stesse grandi possibilità di sopravvivenza,
L'8 febbraio si è tenuto un concerto per continuare a difendere questo parco e le piante ancora presenti, esseri viventi che ci permettono di vivere meglio, assorbendo l’inquinamento, le acque piovane o refrigerando le temperature durante i mesi estivi, e che invece vengono considerate dalle istituzioni oggetti da spostare e eliminare a proprio piacimento o dei semplici elementi ornamentali di cui poter fare a meno, in spregio al benessere di tutti..

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Trump, la grande truffa

Dalle storiche viuzze della Città Vecchia di Gerusalemme passando per l’affollata piazza Al Manar di Ramallah fino al Libano e la Giordania la risposta dei palestinesi al piano di pace di Trump è un secco e deciso “No!!”. Non sono l’Autorità nazionale palestinese e Hamas, ma tutta la popolazione palestinese è unita nel denunciare “la truffa del secolo” orchestrata negli ultimi 4 anni dal consigliere per gli affari mediorientali Jared Kushner.
Ciò che Trump ha presentato come “l’affare del secolo” è una sorta di piano Marshall di infrastrutture faraoniche (un tunnel sotterrano che collega la Cisgiordania a Gaza, un porto nel Sinai ed altro), la riduzione della disoccupazione dal 30% a poche unità (!), il via libera allo Stato di Palestina: decine di pagine di sciocchezzaio e di “promesse” mentre ciò per cui i palestinesi si battono da oltre 70 anni è del tutto assente. Infatti, non si fa riferimento alla fine dell’occupazione, né al diritto al ritorno dei profughi, è assente lo smantellamento delle colonie israeliane illegali in Cisgiordania, la fine dell’assedio militare e economico sulla popolazione di Gaza, né la liberazione immediata e senza condizioni di tutti detenuti politici palestinesi compresi i minori, né il ritorno delle terre confiscate ai legittimi proprietari palestinesi.
È evidente che la “grande truffa” è una mossa di propaganda politica ed elettorale di Trump alla conquista dell’appoggio dell’elettorato ebraico americano tradizionalmente democratico e per il suo alleato Netanyahu, alla vigilia di un processo per corruzione che potrebbe costargli al carriera politica e la galera, di poter dire ancora una volta che “sono i palestinesi che non vogliono la pace!”

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