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AdessoLaStoria


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Gerusalemme

Trump dà fuoco alle polveri

Con un discorso di forte impatto simbolico, il presidente Trump ha preannunciato il trasferimento dell’ambasciata degli Stati uniti da Tel Aviv a Gerusalemme, allineandosi alla linea storica di Israele che definisce quest’ultima capitale dello Stato sionista. Se per l’attuazione di tali intenzioni potrà passare del tempo, il gesto ha già immediate e drammatiche conseguenze. Le sue dichiarazioni sono state accolte con giubilo dal governo Netanyahu, con disappunto dalle Nazioni unite e da quasi ogni altro governo nel mondo, con rabbia e frustrazione dalle direzioni politiche palestinesi. Perfino la società israeliana è attraversata dalla preoccupazione per la gravità della posizione assunta dalla Casa Bianca, mentre quella palestinese scende ancora una volta nelle piazze.
Il presidente degli Stati uniti sancisce così, anche formalmente, quanto accade ogni giorno in politica e nei rapporti tra Stati cioè che la brutalità e la forza militare sono il fondamento di ogni diritto. Infatti, Gerusalemme è territorio occupato: sin dalla fondazione di Israele per quanto riguarda i suoi quartieri occidentali e dal 1967 nel caso di Gerusalemme est, come perfino l’Onu riconosce in decine di risoluzioni.
Dal Palazzo di vetro all’Eliseo viene rispolverato il logoro discorso sul “processo di pace” – vecchio ormai un quarto di secolo – e l’improbabile formula di “due popoli, due Stati”. Proprio come Trump (che infatti dichiara paradossalmente di voler proseguire l’impegno americano “per la pace”) costoro nascondono una verità duramente appresa dal popolo palestinese sulla propria pelle: non sarà una formula politica a sanare l’ingiustizia storica da esso subita, né a garantire la pace per le popolazioni di diversi credo, cultura e provenienza che vivono in Terra santa. Urge perlustrare nuove strade, per quanto impervie esse possano essere; urgono soluzioni umane di pacificazione tra le persone e tra le comunità. Purtroppo, la mossa di Trump va nella direzione opposta.

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Libia

la guerra non dichiarata

La faccia tosta del governo italiano supera ogni immaginazione. Prove schiaccianti lo inchiodano alle proprie responsabilità: una delle più blasonate testate televisive del mondo filma l’orrendo mercato degli schiavi; altri filmati documentano l’intervento della Marina libica che impedisce ad una Ong di soccorrere naufraghi, provocandone la morte per affogamento. Tutte le testimonianze – buoni ultimi l’Onu e l’Unione europea – concordano nel definire disumane le condizioni dei profughi in Libia. Del resto, ben prima dei rappresentanti del Palazzo di Vetro e di Bruxelles, tutte e ciascuna le vittime che hanno potuto alzare la propria voce hanno denunciato la pratica della tortura nei lager libici, come da oltre dieci anni fanno anche tante associazioni solidali. Di fronte a fatti inoppugnabili, che durano sin dai tempi di Gheddafi – già socio d’affari di lor signori, prima di essere scaricato – il governo non fa una piega ed anzi rivendica con arroganza il proprio operato, complice una società italiana in larga parte distratta e incattivita. Ma sotto la coltre di bugie che definiscono “impegno umanitario” i respingimenti, la sostanza è tutt’altra. Semplicemente, la linea di Palazzo Chigi è quella di armare e finanziare chiunque – con qualunque mezzo – sia in grado di fermare profughi ed immigrati. È ciò che intende Minniti quando dice “non possiamo rassegnarci a non governare i flussi migratori”. Intende: “Perché aspettare che arrivino a Lampedusa? Fermiamoli in Libia o, meglio, ancor prima che attraversino il deserto del Sahara. Lontano da noi, lontano dai sondaggi elettorali”. Questo è il contenuto dell’accordo stipulato nel febbraio scorso con Tripoli, questo spiega l’abbraccio del ministro (degli Interni) italiano al signore della guerra libico Haftar, questo documentano le spese sostenute per riarmare la marina libica, potenziare gli organi repressivi, monitorare i confini meridionali della Libia, favorire i “rimpatri volontari” e quant’altro. Quelle del premier Gentiloni e del suo ministro di polizia sono solo menzogne belliche.

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di fronte alla grave intimidazione neonazista,
solidarietà alle attiviste e agli attivisti di Como senza frontiere

La sera del 28 novembre a Como, un gruppo di neonazisti di Veneto Fronte Skinhead ha fatto irruzione nella sede nella quale era in corso una riunione della rete di associazioni antirazziste aderenti a Como senza frontiere.  15 teste rasate vestiti uguali hanno accerchiato i presenti con fare militaresco, intimidatorio e minaccioso, obbligandoli ad ascoltare un loro proclama delirante e degli insulti. Si è trattato di una vera e propria aggressione provocatoria in stile squadrista.  Un'espressione di evidente minaccia contro chi si batte per l'accoglienza e contro il razzismo. Una minaccia alla libertà di tutti e tutte.  
Ancora un segnale preoccupante di un clima sociale sempre più avverso alla solidarietà e all'accoglienza verso gli/le immigrati/e.  Perciò è urgente unirsi al fianco di chi è sotto attacco contro le destre il fascio leghismo e i crescenti rigurgiti neonazisti e neofascisti. E' ora che quanti ci diciamo di sinistra ci schieriamo apertamente contro questi nemici dell'umanità. 
D'altra parte ci dobbiamo sempre più  rendere conto della necessità di alzare la guardia e di mettere in atto misure di salvaguardia e persino di autodifesa per fronteggiare i settori più  reazionari e pericolosi della società. 

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Egitto: strage nella moschea

contro il terrore sanguinario
uniamoci per difendere e affermare la vita

Durante la preghiera del venerdì una banda assassina nazijihadista ha attaccato con un’azione di guerra la moschea di Al Rawda situata a nord del Sinai. Prima hanno fatto esplodere una bomba nella moschea affollata, poi hanno sparato contro chi scappava dal tempio e persino sulle ambulanze che portavano soccorso.
Un’azione terroristica feroce, crudele e vigliacca contro gente inerme che ha causato 300 vittime, tra cui decine di bambini, e più di 100 feriti. A tutte le persone coinvolte e ai familiari delle vittime esprimiamo la nostra sentita e profonda vicinanza umana.
Hanno colpito un luogo sacro degli islamici seguaci del sufismo, una delle comunità più pacifiche e tolleranti dell’Islam e per questa ragione odiata e terrorizzata dall’orda assassina dell’Isis. L’attentato non è stato ancora rivendicato ma non è la prima volta che in Egitto vengono minacciati e colpiti la comunità sufi e i suoi santuari dalla banda criminale che agisce in Sinai, affiliata al Califfato nero.
Eppure dalle autorità egiziane non era stata predisposta nessuna misura di sicurezza a protezione della moschea in un momento di ricorrenza religiosa tra i più importanti per i fedeli sufi.
In Egitto come in ogni parte del mondo i governi e gli Stati – nessuno escluso – non mettono al centro delle loro priorità la difesa della vita della gente comune, perché impegnati a difendere affari e interessi delle minoranze oppressive e perché in modi diversi sono tutti impastati di violenza e di logica bellica.
Di fronte al terrorismo assassino di ogni natura siamo tutti in pericolo e c’è bisogno di reagire assieme. Perciò vogliamo unirci con persone di diversa provenienza e credo religioso per sconfiggere i diversi terrorismi e il bellicismo costruendo una convivenza pacifica e benefica.
Tutto ciò è parte dell'impegno umanista e socialista per un’alternativa di valori che mette al centro l'affermazione e il miglioramento della vita.

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Egitto

contro il terrorismo stragista,
difendiamo e affermiamo la vita

235 morti e oltre 100 feriti. È questo il tragico bilancio, ad ora, del gravissimo attentato che ha colpito la moschea di Bir al Abed, vicino alla città di Arish, nel Nord del Sinai egiziano.
Le terribili modalità dell’attacco, bombe e poi raffiche di mitra sui fedeli in fuga e sui mezzi di soccorso, per colpire persone inermi e indifese, fanno pensare ad un ennesimo atto di terrorismo nazijihadista – il Sinai è attualmente terreno di scontro fra l’esercito egiziano e gruppi affiliati all’Isis che agiscono sul territorio. Ipotesi ancor più probabile se si pensa che il luogo di culto era particolarmente frequentato da sufi, musulmani interpreti di un Islam inviso alle orde del Califfo con la svastica, e il villaggio dove la moschea si trova è per lo più abitato da membri della tribù Sawarka, che non si è finora assoggettata alle milizie degli uomini in nero.
Contro il terrorismo stragista è importante reagire assieme, unendosi fra persone di provenienza e credo diversi, quindi anche con quei musulmani che cercano e vogliono una convivenza pacifica e che spesso sono le prime vittime del terrore nazijihadista.
Perché la tempesta assassina che attraversa il mondo non si ferma e continua a colpire tragicamente. La vita di tutti è minacciata da i pericoli di un bellicismo dilagante che trova origine negli Stati, esistenti o in pectore. Del resto lo stesso Egitto, i cui cittadini sono oggi vittime del terrorismo, è un paese governato da un regime militare reazionario che, contro la straordinaria esperienza rivoluzionaria di Piazza Tahrir del 2011, ha scatenato e prosegue da anni una feroce repressione interna.
Questo ennesimo atto di terrore – a cui si accompagna il panico difffusosi oggi a Londra per  un falso allarme, rivelatore di un clima sempre più incerto nel quale la gente è costretta a vivere – ci dice che è sempre più urgente un impegno straordinario per la vita, per difenderla e affermarla. Un impegno che ci riguarda tutti e che si può basare su un’alternativa chiara di valori e di prospettiva, un impegno che pazientemente e tenacemente vogliamo continuare a coltivare e offrire a chi vuole scegliere.

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al 11 dicembre 2017


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