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AdessoLaStoria


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scandalo Facebook: Zuckerberg al Congresso

dialogo fra potenti

Le audizioni al Congresso statunitense di Mark Zuckerberg hanno tristemente confermato il suo sodalizio con lo Stato: i punti in borsa per il social risalgono e alla fine dei conti sembra quasi che sia stata sufficiente una tirata di orecchie. Non stupiscono quindi le domande irrilevanti della prima giornata al Senato, quasi più curiosità sul funzionamento del social che altro, e ancor meno le risposte evasive e vaghe alle questioni più nettamente poste da alcuni deputati. Ad esempio alla richiesta di pronunciare un chiaro impegno di Facebook a cambiare le proprie impostazioni di default in modo da ridurre i dati raccolti degli utenti, il multimiliardario si è nei fatti rifiutato dicendo che “la questione è complessa e non c’è una semplice soluzione”. Certo è effettivamente molto difficile rinunciare alla principale fonte di introiti per il social: lucrare sui dati dei suoi utenti è il loro vero business! E peraltro non solo degli utenti iscritti, perché durante questa audizione è emerso, tra i silenzi e le ripetute e vuote scuse di Zuckerberg, che in realtà Facebook riesce a tracciare gli utenti anche quando non sono iscritti o collegati direttamente alla piattaforma, così come continua a tenere traccia degli spostamenti e delle informazioni relative a chi ha scelto di cancellarsi! “I’m not familiar with that…”, “Non ho familiarità con tutto ciò” è la risposta, che appare come una vera e propria presa in giro, immediatamente accompagnata a una giustificazione ancor più inquietante “raccogliamo dati di persone che non sono iscritte a Facebook per questioni di sicurezza, per prevenire le minacce”.
Ma la vera minaccia sono loro, truffatori in t-shirt, che quando si mettono in giacca e cravatta appaiono ancora più pericolosi, e i loro prodotti che svelano sempre più la loro vera essenza: l’odio, le menzogne e il furto delle vite altrui.

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dissequestrata la nave Open Arms

la solidarietà non è un reato

Il provvedimento con cui il Gip di Ragusa ha disposto il dissequestro della nave Open Arms della ONG spagnola Proactiva, bloccata a Pozzallo dallo scorso 18 marzo per essere stata utilizzata per il salvataggio di 218 profughi, restituisce un poco di giustizia non soltanto ai volontari di Proactiva ma a tutte le persone che oggi vengono criminalizzate in quanto solidali con i profughi che cercano di vivere fuggendo dalle violenze di ogni genere perpetrate in Libia e che tutti i governi conoscono.
Scrive il Gip nel decreto di dissequestro che "la consegna dei profughi alle navi libiche avrebbe comportato di fatto un respingimento, pratica vietata dalla Convezione di Ginevra e da altre norme internazionali sui diritti umani, atteso che un salvataggio può dirsi compiuto solo quando i naufraghi – in questo caso migranti che fuggono dalla Libia – arrivano in un Place of safety, ovvero un luogo sicuro". Continua poi scrivendo che nella risoluzione 1821 (2011) dell’Assemblea parlamentare del Consiglio di Europa, la nozione di luogo sicuro comprende necessariamente il rispetto dei diritti fondamentali delle persone soccorse e che non può essere considerato sicuro un luogo dove vi sia serio rischio che la persona possa essere soggetta alla pena di morte, alla tortura, persecuzione o trattamenti inumani o degradanti; di certo la Libia, da questo punto di vista, è il luogo peggiore per i migranti che fuggono dall’Africa o dalle zone di conflitto del Medio oriente. Riconsegnare i migranti ai libici poteva, per questi motivi, provocare un danno grave alla persona, elemento di fatto che per il Gip ha rappresentato una discriminante dello stato di necessità, non punibile per la legge italiana.

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1° Maggio
per la pace subito e senza condizioni

L’attacco missilistico degli Usa in Siria con il sostegno della Francia e della Gran Bretagna è un ennesimo atto di guerra contro popolazioni già martoriate.
Sono anni che dalla Siria arriva un grido di dolore di donne, uomini e bambini, che scavano sotto le macerie per salvare i propri cari dalla mattanza di Bashar al Assad appoggiato da Putin e dai suoi alleati in zona, dopo che per una lunga fase i neonazisti dell’Isis avevano seminato il terrore nel paese. Usa e Russia considerano quest’area del mondo una preda da spartirsi combattendosi tra loro, altri Stati partecipano a questa ferocia o stanno a guardare complici.
La gente comune siriana ha dato vita 7 anni fa ad un principio di rivoluzione umana nel segno della pacificazione, della libertà e della dignità.
Contro questa inedita speranza, si è scatenata l’indicibile furia bellica. Questa guerra ci riguarda tutti perché colpisce la nostra umanità e proietta una terribile minaccia sul mondo intero. È difficile prevedere fin dove possa arrivare lo scontro tra i poteri oppressivi del peggior presidente degli Usa e il nuovo zar russo.
C’è bisogno di reagire, di far sentire la voce delle donne e degli uomini desiderosi di pace. Schierarsi a fianco delle popolazioni colpite rispondendo ai loro appelli e al loro coraggio corrisponde ai nostri interessi e concerne il nostro futuro.

A fianco della gente comune in Siria e in Medioriente
Contro Trump, Assad, Putin e i signori della guerra!
Contro tutte le bande terroriste!
Ritiro immediato di tutte le truppe dalla Siria! Stop ai bombardamenti!
Pace e libertà per il popolo siriano e tutti i popoli mediorientali!
Accoglienza incondizionata per i profughi!

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Barcellona

in difesa delle libertà e per la libertà dei detenuti politici

Barcellona, domenica 15 aprile. Circa 400.000 persone hanno partecipato alla manifestazione in difesa delle libertà di fronte alla deriva repressiva dello Stato spagnolo.
Una manifestazione oceanica convocata non solo dalle forze indipendentiste, come l’Assemblea nazionale catalana o Òmniun cultural, ma anche da sindacati come UGT o Comisiones Obreras, sebbene sconfessati dalle loro direzioni centrali. Uno schieramento che riflette la preoccupazione crescente di fronte alla criminalizzazione da parte dello stato spagnolo delle istanze di libertà e di autodeterminazione della realtà catalana.
La manifestazione è stata anche una risposta all'intento di creare un’immagine falsa della realtà umana e di convivenza sociale in Catalogna. Un’immagine, quella di una Catalogna immersa nella violenza, costruita non solo dall'istruttoria del Tribunale Supremo ma anche dalle forze reazionarie e dai principali organi di informazione di massa. Una costruzione artificiale e vergognosa che fomenta l'anticatalanismo aggressivo e volgare che sta crescendo tra i settori più retrivi della società spagnola. Un'immagine falsa ma utile per giustificare il nucleo del discorso repressivo dello Stato. Per il giudice istruttore del Tribunale supremo in Catalogna c’è stata “ribellione”, un reato che comporta una sollevazione violenta contro lo Stato.
Una tesi sconfessata dal tribunale tedesco che ha negato momentaneamente l'estradizione di Carles Puigdemont. Una tesi che sta suscitando serie perplessità anche nei giudici britannici, belgi e svizzeri che dovranno pronunciarsi sulle altre richieste di estradizione dell’alta corte spagnola. Per rafforzare queste richieste e giustificare una nuova repressione si vuole così dipingere una Catalogna infiammata dalla violenza politica e dal terrorismo urbano.
In questa direzione andava anche il recente arresto di una attivista dei Comitati di difesa della Repubblica (CDR) con l’assurda accusa di ribellione e terrorismo. Il giudice istruttore della Audiencia Nacional, tuttavia, ha rifiutato queste imputazioni, limitandosi a quella di “disordine pubblico”, lasciando in libertà l'accusata. Un nuovo schiaffo al “governo dei magistrati”, al PP e ai suoi alleati. La manipolazione nella creazione della realtà è una nuova prova della frattura che si sta ampliando tra la Catalogna e lo Stato spagnolo.
La risposta che la manifestazione di oggi ha dato a tutti questi attacchi è molto importante. Ristabilisce, ancora una volta, il carattere pacifico e di massa della mobilitazione per la libertà in Catalogna.
Come socialisti libertari vi abbiamo partecipato. Il nostro striscione, “la libertà della Catalogna può essere la libertà di tutti”, indicava una possibilità positiva ma anche una esigenza.
L'auspicio è che manifestazioni come quella di oggi possano aiutare a capire qual è la realtà che si sta vivendo in questa terra e la determinazione dei suoi protagonisti.
La speranza è anche che possa incoraggiare tanta gente, fuori dalla Catalogna, a sostenere un impegno di libertà e di solidarietà che è un bene per ogni persona che lo voglia scegliere.

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solidarietà con la casa delle donne di Roma

Sabato 7 Aprile davanti alla Casa internazionale delle Donne di Roma tre giovani di estrema destra  hanno aperto uno striscione contro l’aborto e dato un volantino reazionario e razzista firmato da Italia agli Italiani e Forza Nuova, in cui si paragonava la Legge 194 a una strage di stato, e si affermava che le donne che hanno usufruito del  diritto di aborto sono colpevoli della natalità zero e che non spetta agli immigrati risollevare il futuro dell’Italia. Nel clima di grande caos coscienziale e di forte decadenza complessiva  crescono le destre e le ideologie reazionarie  sia in politica che nella società: ciò gli ha dato la sicurezzza di rimanere impuniti per la loro provocazione. Un gesto contro la Casa Internazionale come luogo del femminismo storico  ma soprattutto  verso tutte noi donne che abbiamo cercato la libertà combattendo sì contro i diritti negati come l’aborto, ma anzitutto per affermare il nostro diritto di scelta, per decidere liberamente su tutti gli aspetti della vita, e ribadire che  sui i nostri corpi,  sulla sessualita, sulla maternità decidevamo noi.  Cercavamo di difendere  la vita contro la morte di tante donne per gli aborti clandestini  e contro il giro di soldi sulla pelle di chi abortiva privatamente.  Per una maternità libera, consapevole e felice: per questo eravamo per l’educazione sessuale (ma anche sentimentale) nelle scuole e per la gratuità dei metodi contraccettivi. Il 22 Maggio 1978 la Legge 194 con un referendum popolare  passò grazie alle donne e al movimento femminista che in Italia come nel mondo sono state protagoniste dirette di tanti cambiamenti, mettendo in crisi il patriarcato, la politica e il vaticano.
Questo 22 Maggio ricorrerà il quarantennale della legge 194: ieri alla Casa Internazionale almeno in 130 donne ci siamo ritrovate a rispondere a questa provocazione  emettendo  un comunicato stampa e per ragionare su un possibile corteo unitario in cui si dia voce alle donne e si denunci il boicottaggio – o la quasi totale disapplicazione della legge. Noi donne de La Comune e del collettivo We got life di Dipende da noi Donne abbiamo espresso la nostra solidarietà con la Casa Internazionale e con tutte le donne. Ma difendere  il diritto alla vita e alla libertà  non ci deve far illudere e delegare alla politica e istituzioni: ci hanno già mostrato il loro volto patriarcale. Non sono amici delle donne: infatti non hanno né garantito le leggi, né difese. Per questo vogliamo suscitare protagonismo, relazioni benefiche, amicizia tra le donne. Ricucire un  tessuto di solidarietà e vicinanza significa schierarsi per l’accoglienza dell’umanità in viaggio a partire dai più piccoli, contro tutte le destre, i razzisti e reazionari.  Tante nostre sorelle nel mondo dagli Stati Uniti all’Argentina, dall’India alla Spagna sono in prima fila nella ricerca di libertà, dignità e giustizia. Per noi femministe radicali e umaniste, è motivo di grande forza morale e spinta sentimentale.

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• n. 313


dal 9 al 23 aprile 2018


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