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AdessoLaStoria


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Peres

un ordinario amministratore dell’oppressione

All’età di 93 anni, è recentemente scomparso Shimon Peres già ministro, capo di governo e presidente dello Stato di Israele: “un genio”, secondo Bill e Hillary Clinton, e una “sfavillante icona internazionale della politica israeliana” secondo una certa stampa (Il Messaggero). Il coro è quasi unanime nel definirlo un grande uomo politico che avrebbe avuto il merito di favorire l’avvio di un “processo di pace” tra israeliani e palestinesi tanto da vedersi attribuire nel 1994 il premio Nobel insieme al rivale e compagno di partito Rabin e al palestinese Arafat.
Giudizi lusinghieri che vanno senz’altro respinti in base a un elementare schieramento etico; infatti nessun giudizio valoriale può mai prescindere da una verità storica elementare, cioè che Israele esiste sulla base della Nakba del 1948, la negazione ed espulsione dei palestinesi dalla loro terra. Peres – come tutti i capi sionisti, siano “falchi” o “colombe” – ne è stato protagonista negativo, in prima fila sin dall’inizio.
Completamente muti sul piano morale, i giudizi favorevoli espressi in questi giorni su Peres appaiono spropositati rispetto al suo reale spessore. Della sua carriera bisogna ricordare il ruolo svolto nella promozione dell’atomica israeliana, l’autorizzazione data ai primi insediamenti dei “coloni” in Cisgiordania, le numerose sconfitte elettorali (sia nelle elezioni generali che nelle primarie del partito laburista).
Per quanto riguarda il “processo di pace”, nonostante l’attribuzione del premio Nobel il suo ruolo non è stato quello del protagonista. In quel caso si trattò effettivamente di una svolta (da intendersi in senso opposto a quanto non suggerisca l’espressione: fondamentale per spegnere l’intifada e per cooptare i vertici dell’Olp) ma della quale fu protagonista soprattutto Rabin. Non a caso, l’estrema destra colpì quest’ultimo con l’attentato mortale del 1995, non Peres che pure si trovava nella stessa piazza.
Insomma non è morto “un genio” ma un politico sionista, un ordinario amministratore dell’oppressione.

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lo schermo di una sudicia decadenza

Aveva cercato di cambiare nome, perché anche quello, come tutto di lei, era stato abusato senza sosta dalla circolazione virale di un video hard che aveva molto incautamente girato e inviato ad alcuni amici. La giovane donna che si è suicidata in Campania pochi giorni fa era diventata, senza volerlo, fenomeno di un sudicio porno-baraccone virale: il volto più zozzo della decadenza culturale e sociale che milioni di persone non solo vivono, ma incarnano e alimentano. Zozzo non perché si parla di “video zozzi”, come li si definisce nella sub/incultura provinciale italiana e pecoreccia, quella del sesso pensato e praticato come uso e abuso del corpo delle donne, troppo spesso con il loro consenso, passando per il  buco della serratura e ghignando fra amici in caserma. No: zozzo semplicemente perché è squallido, vivere così. È squallido tutto, in questa vicenda in cui come troppo spesso avviene il prezzo più alto e più ingiusto, per gli errori che ha potuto commettere, lo ha pagato una donna. È una storia che ci può soltanto far capire una volta di più che le famose “cose concrete” da cui partire per cambiare non siamo altro che noi esseri umani, donne e uomini, a cominciare da tutto ciò che di più intimo ci contraddistingue e che muove le scelte umane. È l’intimo umano a essere chiamato in causa e in questa vicenda lo abbiamo visto depravato e degradato a vari livelli, con il concorso fin dal principio di tecnologie digitali che non soltanto sono perfette per l’uso, ma che sono state create per l’uso. La genesi di Facebook, non ce lo dimentichiamo, è quella: è nato per spiare le donne e per far circolare foto e informazioni sulle donne.
In questo sordido quadro di borghesia decadente e mortifera, la punta più marcia è stata forse il susseguirsi, su vari mass media, dei mea culpa di tanti maschi, giornalisti et similia, che hanno contribuito (non senza il concorso di molte donne, anche) a diffondere sui vari media il video. Te li riesci a immaginare intenti a masturbarsi guardando un porno a metà schermo del tablet da una parte, mentre dall’altra postano su Facebook l’ultima stupidaggine intellettualoide o una qualche bufala complottista. Esempi concreti di una decadenza culturale, sociale e umana, così invasiva e dilagante che in tempi come questi non ci si può sottrarre ad essa un po’ sì e un po’ no. Per non cadere in questa melma è necessario uno scarto assoluto: di schieramento etico, di riferimenti culturali, di scelte umane a tutto tondo.

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Piacenza

padroni e assassini

In Italia le ditte e le cooperative che forniscono manodopera alle grandi aziende del mondo dei trasporti merci e della grande distribuzione sono spesso in mano a personaggi che ruotano intorno alla malavita, come alcune inchieste della magistratura hanno svelato, ma che continuano ad aggiudicarsi appalti ed avere commesse nell’indifferenza e complicità delle istituzioni.
Contro tutto questo e contro lo sfruttamento legalizzato che rappresentano, nel corso degli ultimi anni, spesso nel silenzio generale, si sono moltiplicate le lotte dei lavoratori.
Abdelssalam Endalf  lavorava nel magazzino della ditta GLS di Piacenza, assunto dalla SAEM una della tante ditte e cooperative di facchinaggio che ruotano nel mondo della logistica.  È stato ucciso ieri sera alle 23.45, travolto da un camion mentre insieme ai suoi compagni di lavoro stava svolgendo un presidio fuori dall’azienda per il mancato rispetto di un accordo che prevedeva tra l’altro l’assunzione di diversi lavoratori precari. Sui cancelli dell’azienda uno striscione dice “lavoro -diritti –dignità -schiavi mai!”. Come denuncia L’USB l’autista del camion è stato incitato dai dirigenti a forzare il picchetto e passare ad ogni costo. E’ stato un omicidio di chiara matrice padronale: Abdelssalam è stato ucciso da un altro lavoratore mentre rivendicava diritti ed esprimeva solidarietà ai suoi colleghi precari. Quella stessa solidarietà che esprimiamo con la nostra vicinanza alla famiglia, ai colleghiagli amici di Abdelssalam.
Quella stessa solidarietà che può essere la linfa vitale di tante lotte e che dobbiamo continuare a coltivare ovunque e verso tutti.

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Solidarietà con le popolazioni colpite dal terremoto

Forti scosse di terremoto, oggi 24 agosto a partire dalle 3,36 di mattina, hanno provocato morti, feriti e distruzione nel reatino e nelle Marche. Accumoli, Amatrice, Arquata del Tronto, Pescara del Tronto e altre località sono state devastate dal sisma e, al momento, ci sono 73 morti e tantissimi feriti, ma purtroppo tanti sono ancora sotto le macerie.
Esprimiamo la nostra vicinanza e solidarietà alle popolazioni colpite, ai familiari delle vittime, ai feriti, ai soccorritori. Tante vite umane si sono salvate grazie allo straordinario spontaneo slancio solidale di tante persone e volontari.
Questa vicenda ci dice, purtroppo ancora una volta, di quanto lo Stato non ha cura della salvaguardia della vita delle persone. Tante persone e lo stesso sindaco di Accumoli hanno denunciato il ritardo con cui sono giunti i primi soccorsi. Se nulla si può fare per evitare un evento naturale, si dovrebbe certamente moltiplicare l’impegno e l’investimento di risorse per la prevenzione, a maggior ragione in zone ad altissimo rischio come quella dell’area reatina. Infatti, in prossimità dell’epicentro esiste un importante movimento di faglie che da tempo i geologi sostenevano potesse ripresentarsi.  Nonostante il dramma de L’Aquila, dove sono state evidenti responsabilità statali e speculazioni, nonostante questi avvertimenti niente è stato fatto per mettere in sicurezza le case. Accanto a quelle distrutte si vedono case intatte, prova che si poteva fare molto per salvare vite umane. La politica, gli Stati hanno altri interessi non si curano della vita delle persone da loro non ci possiamo aspettare niente di buono. Solo lo slancio umano solidale indipendente ed autorganizzato può portare un aiuto autentico alle popolazioni colpite.

24 agosto 2016 ore 16, 10

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riceviamo e pubblichiamo questa corrispondenza

Como: una prima significativa vittoria dei profughi

Nella notte tra il 19 e 20 agosto a Como più di 250 profughi sono riusciti a passare il confine giungendo in Germania. Finalmente dopo più di un mese le richieste dei profughi sono state di fatto esaudite e le frontiere si sono aperte per qualche ora: il tutto è avvenuto di nascosto e poi negato il giorno seguente.
I giorni che hanno preceduto tale avvenimento spiegano molti perché. Le assemblee tenutesi il 16 e 17 agosto sono state una svolta, grazie all'impegno di alcune realtà -- in particolar modo del comitato “Io sono come te accoglimi”, de La Comune umanista socialista e dei volontari della parrocchia di Rebbio -- che hanno permesso ai profughi di diventare i veri protagonisti della lotta. Così, si sono organizzati per scrivere un appello in cui chiedevano un corridoio umanitario per poter passare le frontiere e di essere trattati come esseri umani, denunciando le deportazioni in pullman dal confine fino a Taranto, gli abusi della polizia italiana e svizzera ed il mancato rispetto dei trattati internazionali sui minori.
Annunciavano al prefetto che qualora non fossero state soddisfatte le loro richieste non sarebbero finiti, come la politica vuole, in un campo “dimenticatoio”, nel ghetto, ma che avrebbero intrapreso una lotta pacifica e determinata per far conoscere a tutti l'appello che nel frattempo aveva unito diverse associazioni del territorio e non solo. Hanno spiegato che da lì a poco si sarebbero preparati ad organizzare una manifestazione in cui sarebbero stati  i protagonisti.
All'improvviso le frontiere si sono aperte e quasi tutti i protagonisti di questa lotta ora sono in Germania. Tutto ciò non lo si vuol far conoscere e si nasconde la verità. Chissà perché? Gli  Stati negano. Per paura del protagonismo degli immigrati, dei contenuti umani delle loro richieste, di una lotta che pacificamente e tenacemente può unire dal basso settori di società.
Intanto, Como si sta di nuovo riempiendo ancora di più di esseri umani che chiedono un mondo senza confini e tutto ricomincia perché la storia, i popoli e le genti in marcia verso una vita migliore non si possono fermare.

                                                                                                                                         Diongue, Edo, Nuccio

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dal 12 al 26 settembre 2016

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